La storia di mio padre, raccontata da mia figlia, in primo piano nella rubrica CariNonniviscrivo del quotidiano Libero, di qualche anno fa, a luglio 2019. Un tributo al valore dei ricordi di famiglia e alla memoria di un uomo che ha affrontato tante difficoltà, come molti della sua generazione. Leggere e rileggere le vicende della sua vita travagliata, le sue scelte coraggiose, ancora oggi mi rende più forte e orgogliosa delle mie radici. Ecco perché mi piace riproporre questa pagina, firmata da Laura Parmeggiani.

IL RACCONTO “La vita in Africa di mio nonno Oreste resta in gran parte un mistero. Nonno materno, morì quando io avevo quasi 12 anni, ma lo ricordo bene. Magro, sempre abbronzato, molto riservato, la sua storia in realtà veniva sviscerata a puntate da sua moglie, la nonna Adele, che, per compensazione ai lunghi silenzi del marito, amava invece moltissimo la conversazione e il racconto, trasformando fatti anche banali in qualcosa di fantastico. Nel caso dell’avventura africana del nonno però, non aveva bisogno di inventare nulla, perché la storia era vera e di quelle piene di colpi di scena.

PASSIONE PER I VIAGGI Il nonno Oreste Molinari, classe 1915, piacentino (di Pontedell’Olio) penultimo di 9 figli e orfano di padre a soli 9 anni, amava viaggiare e infatti scelse di fare il camionista, con grande dispiacere di sua madre. Rimasta vedova, con un’azienda agricola da portare avanti, la mia bis-nonna era riuscita a risparmiare il denaro per far studiare almeno gli ultimi due figli. Teresa, la più giovane, fece la maestra. Oreste invece sarebbe dovuto diventare veterinario. Niente da fare. Il nonno, seguendo le orme del padre carrettiere, si diete ai trasporti, unendosi all’attività avviata dai fratelli più grandi con camion in giro per l’Italia del nord.

IN AFRICA TRA LEONI E GHEPARDI Nella seconda metà degli anni ’30, poco più che ventenne, arrivò la grande occasione. Suo fratello Vittorio, come tanti italiani, emigrò nelle colonie italiane in Africa in cerca di fortuna. Oreste lo raggiunse in Eritrea e insieme avviarono una fiorente attività di trasporto di merci anche in Etiopia. Viaggi incredibili attraverso foreste, pianure e altopiani, traversate anche notturne. Il nonno raccontava che spesso dormiva sul camion, insieme ad un aiutante nero che gli indicava i luoghi meno pericolosi dove fermarsi. Una mattina, svegliandosi, vide un ghepardo davanti a sé. “ Dai papà non ci credo!” “E si che è vero-la nonna si inseriva come portavoce autorizzata-Il papà ha visto da vicino anche anche leoni, giraffe ed elefanti, vero Oreste?” Lui annuiva.
NOSTALGIA PER I COLORI DELL’AFRICA Ricordava soprattutto i luoghi, i paesaggi, i colori dei tramonti; ma anche i rapporti con la popolazione del posto. Il nonno in Africa aveva a servizio una Mami che gli curava la casa. Affetto e rispetto reciproco lo legavano anche agli uomini che aiutavano nell’attività di trasporti. “Non avevano i nostri ritmi di lavoro, ma erano brave persone.” Il nonno parlava spesso della bellezza delle donne eritree “ Perfette, lineamenti delicati, corpi da dee” ma su presunti amori restava critpico, nonostante l’argomento fosse uno dei più gettonati da tutta la famiglia, nonna compresa.
JANETTE, L’HOSTESS MORTA IN UN INCIDENTE L’unica fidanzata del nonno in quel periodo, di cui, seppur con reticenza parlava, era stata Janette, un’italiana, forse figlia di un diplomatico, che viveva in Eritrea con la sua famiglia e che aveva scelto di fare l’hostess. Una delle prime italiane a svolgere questa professione, una delle prime anche a morirne. Accadde durante un viaggio non programmato, con pochi passeggeri. Un volo tragico, senza ritorno. Mia madre, che studiava pianoforte a Milano negli anni ‘80, ricorda che un giorno dopo una lezione, andò con i nonni Oreste e Adele al Monumentale per portare un fiore sulla sua tomba di Janette. Era bellissima, come un’attrice, ma il nonno continuava a dire che non l’avrebbe mai sposata perché apparteneva ad una famiglia troppo importante; lui, sosteneva convinto, non avrebbe potuto offrirle un futuro alla sua altezza.
Gli anni africani per il nonno erano stati anche questo. Un periodo faticoso, emotivamente intenso, ma interessante e proficuo per il lavoro, con serate passate tra italiani, ad Adiss Abeba e ad Asmara, ad immaginare un rientro in patria con l’orgoglio di poter raccontare di avercela fatta; magari non arricchiti, ma con quel che basta per costruire una famiglia e aspettarsi il meglio.
LA GUERRA, LA FINE DI TANTI SOGNI La seconda guerra mondiale infranse questi sogni come quelli di milioni di altre persone. Il nonno fu costretto come tanti a indossare la divisa e a cambiare i suoi piani. Degli anni della guerra in Africa resta qualche foto sbiadita e il racconto della fuga rocambolesca da un campo di concentramento inglese, sul finire del conflitto. A bordo di una camionetta, non ricordo se nascosto tra la spazzatura o tra la biancheria sporca, il nonno riuscì a scappare e a raggiungere un luogo sicuro. Finita la guerra, la scelta di molti italiani usciti indenni da quella tragedia, fu il rientro in patria. Il nonno Oreste preferì restare in Africa, nonostante le suppliche di sua madre, e di tutta la sua famiglia, per convicerlo a lasciar perdere.
IL RITORNO IN ITALIA, UNA NUOVA VITA Che dire. Oggi che ho più o meno la sua età di allora, lo capisco bene. Il nonno non se la sentiva di tornare a casa senza un soldo, sconfitto e piegato da una guerra che gli aveva portato via tutto, anche le speranze. Ripartì da capo e questa volta da solo, perché suo fratello era già rientrato in Italia. Gli anni che seguirono furono più difficili di quanto poteva immaginare. Il nonno Oreste, poco più che trentenne, si trovò ad affrontare tante difficoltà di lavoro e di salute. La malaria, contratta subito dopo la guerra, lo lasciò debilitato per anni, anche dopo il rientro in Italia. Alla fine, dopo 13 anni di permanenza ininterrotta in Eritrea, vinse il buon senso e l’amore di una madre. Insieme ad una lettera accorata, Enrichetta, la mamma di mio nonno, gli invio un orologio d’oro perché lo vendesse e si comprasse un biglietto per la nave che lo avrebbe riportato a casa. In Italia il nonno riprese a fare il camionista, conobbe e sposò a 43 anni Adele, molto più giovane di lui e insieme costruirono una famiglia, con due figli. Per Oreste, finalmente, una vita che imboccò la strada giusta e una donna che lo amò e lo accudì fino alla fine dei suoi giorni.
Dei racconti africani rimane un riverbero pudico, tipico della nostra famiglia. Resta il senso di nostalgia, lo sguardo commosso del nonno Oreste quando ricordava i tramonti africani; per mia madre, resta il rimpianto per non aver ascoltato più a lungo e con maggior attenzione quei racconti che rimarranno frammentari per sempre, perché chi poteva completarli, ora, non c’è più. “Ma il nonno Oreste non è mai più tornato in Africa?” No, non ci è voluto tornare-ricorda mia madre-Non ha voluto vedere come erano cambiati quei luoghi e quelle atmosfere che gli avevano riempito così profondamente il cuore. Ha preferito fissare quei 13 anni africani nella sua memoria così, con lo spirito di quando arrivò la prima volta pieno di speranze, o con quello di quando, dal ponte della nave che lo ha riportato a casa, salutò l’Africa per sempre.”
Laura Parmeggiani





