2. IL GIORNO DEI MORTI
Il senso di un Requiem recitato a bassa voce
Ho fame, ho voglia di andare a casa ed infilarmi sotto le coperte. Ormai il mondo si è fatto bigio, piovoso, freddo. L’autunno ha preso quella piega che lo porta a passo spinto a diventare inverno. Pare un treno sulla rotaia che viaggia verso un destino inesorabile, un treno antico, mosso a vapore, che sbuffa nebbia dal locomotore, e polvere di carbone che fa diventar rossi gli occhi.
Oggi si celebra la festa dei morti. E una festa antica, ancora più di Cristo e del Cristianesimo, e che la chiesa ha sovrascritto, per così dire, come del resto era usa fare in quel lontano passato nel quale la sua missione era affermare il monoteismo della Trinità, contrapposto a quello dei molti dei cui erano devoti gli uomini.
E così al giorno d’oggi i sacerdoti di Cristo celebrano riti dentro le chiese che prima di loro erano celebrati dai druidi nel mezzo dei boschi o sulle pendici di montagne sacre.
Lo spirito non è dissimile, ed il sentirsi parte di un tutto che procede verso l’infinito, nel quale chi ci ha lasciato continua la sua strada, accanto alla nostra, è nutrimento della nostra vita.
Perché dare un senso alla morte significa dare un senso alla vita.
Non è un caso che certi atei si sentano tanto a disagio quando sono costretti a partecipare al funerale di un qualche congiunto o amico, sentendosi recitare dal pulpito la solfa della vita che non finisce al cimitero, ma continua, in un cammino verso la luce e la beatitudine, ed è perché loro, in quel momento, capiscono che non potranno farlo, perché non ci credono.
Io non sto qui a fare una dissertazione teologica per dire se sia vera o fasulla la storia dell’anima immortale che abbiamo dentro, quel che però intuisco è che il lasciarsi cogliere da quella suggestione contribuisce in modo consistente a dare un senso alla nostra vita.
Gli uomini del medioevo, stando a sentire gli storici, vivevano meglio di noi pur senza tutte quelle comodità figlie della modernità, che van dal frigorifero alla bicicletta, dal giornale al computer, all’automobile e al cemento armato. Vivevano meglio perché erano mossi da una certezza che oggi in pochi ancora hanno, ovvero che la nostra anima sia immortale, che ci sopravviva, ed il cui destino, di tenebra o luce, dipenda dal nostro agire in vita, nel bene o nel male.
È il nostro libero arbitrio che sceglie e che determina il destino della nostra anima e, sulla base di una simile certezza, diventa scontato, quantomeno, il tentare di scegliere il bene.
Viceversa, la catechesi che viene somministrata all’uomo contemporaneo racconta di una vita che finisce nella tomba, e che sono il piacere e la felicità effimera, colta al volo e a spese di quella degli altri, gli unici elementi capaci di darle un senso.
Immagino la Bibbia tra mille anni, nella quale il libro di Giobbe verrà sostituito da quello di Netflix, che oggi è parola di fede nuova, politicamente corretta ed intrisa di concetti che con la Bibbia tradizionale hanno ben poco a che fare e che paiono scintillanti di verità assoluta.
Ma del resto, nella solitudine della mia casa, spalmato come marmellata sul divano, io stesso guardo le serie televisive nelle quali Lucifero diventa buono e Dio stesso ha divorziato, ed è un padre assente e in preda alla sindrome di Peter Pan.
Quindi oggi, che è il giorno dei morti, mi fa strano concentrarmi sulla comunione dei santi, e cercare un dialogo con mia madre defunta e con mio padre che mi osserva da una lapide del cimitero. Ma se penso che il mio cammino sia verso l’infinito, verso le stelle e la loro siderale distanza, allora prende senso il mio esistere, pur dentro una tribolazione infinita, dolorosa sì, ma contemporaneamente intrisa della bellezza del vivere.
Ed il recitare un Eterno Riposo mi dà pace e senso di comunione con i miei defunti.
Stefano Torre
TRRSFN 2.11.2021