Tra i ricordi commossi di queste ore, come ultimo affettuoso saluto a Corrado Sforza Fogliani, scomparso oggi all’età di 84 anni, non poteva mancare quello di un suo ex praticante. L’avv. Giorgio Parmeggiani, tra i giovani dello studio Sforza negli anni ’80, ci restituisce un volto poco noto di Corrado Sforza Fogliani: quello di un grande professionista anche in questo ambito, e, anche qui, di un grande uomo.
Fuoriclasse del diritto, l’Avvocato (con la A maiscola) é stato anche maestro di vita per i tanti giovani laureati in legge, oggi stimati avvocati, che da lui hanno imparato non solo il “mestiere” ma anche come onorare questa professione ogni giorno, affrontandola con determinazione e preparazione, senza paura.
Nella foto di copertina, uno scatto di Prospero Cravedi del ’91, Corrado Sforza Fogliani é nel suo studio con alcuni dei suoi praticanti. Da sinistra Flavio Saltarelli, Giorgio Parmeggiani, autore del testo che pubblichiamo, Elena Baio, Giovanna Bernini, Silvio Brega e Roberta Vaciago.

“Cominciai la pratica nello studio dell’avvocato Sforza che non avevo ancora ventiquattro anni, era il primo aprile 1982. Entrai da ragazzino laureato in legge e ne uscii tre anni dopo, quando, grazie a lui, ero diventato un avvocato (allora si chiamava “procuratore legale”) e, soprattutto, un uomo.
Ricordo che aveva comperato, apposta, due tavolini, uno per me e uno per la dottoressa Elena Baio (che da poco ha concluso la sua brillante carriera professionale e politica) e li aveva fatti mettere nella biblioteca, ai lati della fotocopiatrice, perché la “stanza dei praticanti” era già completamente occupata dai quattro “praticanti anziani”, cioè i dottori Bravi, Coppolino, Accordino e Ferraguti.
Nello studio, come usava allora, si faceva tutto: diritto penale, civile, amministrativo, diritto del lavoro e, naturalmente, il diritto delle locazioni e del condominio, di cui Corrado era, già allora (lui di anni ne aveva quarantaquattro), un maestro indiscusso a livello nazionale per via del famoso “Codice delle locazioni e dl condominio” da lui curato per la casa editrice “La Tribuna”.
Dopo avermi fatto leggere riviste per una settimana, l’ Avvocato (che per noi non era Gianni Agnelli, ma Corrado Sforza Fogliani) entrò nella nostra stanza col suo passo da bersagliere (impossibile vederlo camminare a “passo d’uomo”, se non durante le sue passeggiate serali sul Corso che effettuava soltanto con pochi amici fidati) e mi depositò sul tavolo una fascicolo alto mezzo metro: “Studialo, che poi ne parliamo”.
Si trattava di predisporre un ricorso al T.A.R. contro un piano particolareggiato attuativo di un P.R.G. adottato da un comune della provincia, roba da rompere la testa a un professore universitario di diritto amministrativo. Dopo una settimana di studio matto e disperatissimo, stavo per gettare la spugna, entrai nel suo studio e gli dissi: “Corrado, non so se sono in grado: mi sono laureato da quindici giorni e il diritto amministrativo mi ha sempre fatto soffrire”.
E qui partì il suo primo, grande insegnamento, che, come tutti gli altri, ho sempre tenuto ben impresso nella mia mente e che, a mia volta, ho sempre ripetuto a tutti i miei praticanti: “Ricordati – mi disse – che non esistono cause facili e cause difficili, esistono cause che si hanno voglia di studiare e cause che non si hanno voglia di studiare”.
Ripresi il fascicolo, uscii e due giorni dopo portai a termine il lavoro.
Bisogna sapere che allora Corrado (lui pretendeva che noi praticanti lo chiamassimo così e che gli dessimo del tu, “perché – diceva – eravamo colleghi”) non era ancora il Presidente della Banca di Piacenza e di Confedilizia e, a parte la passione per la politica (era consigliere comunale eletto nelle file del partito liberale italiano), si occupava a tempo pieno del suo studio legale, della direzione di alcune riviste di diritto, della pubblicazione di articoli sulle più disparate testate locali e nazionali (teneva moltissimo al suo titolo di “giornalista pubblicista”), nonché della cura della rubrica “Le leggi” su Libertà e della trasmissione “L’Avvocato con Voi” a Telelibertà.
Questa trasmissione, in cui una volta al mese lo affiancava il compianto avvocato Alberto Bongiorni per rispondere ai quesiti dei telespettatori, era molto seguita e andava in onda in diretta.
Un giorno che non dimenticherò mai (eravamo nel suo studio da poco più di un mese), Corrado entrò, sempre a passo di bersagliere, nella nostra stanzetta con due voluminosi fascicoli, ne depositò uno sul tavolo della dottoressa Baio e uno sul mio e disse: “Guardate un po’ sta roba qui, che stasera venite a parlarne in trasmissione”.
Ricordo che Elena ed io ci guardammo allibiti e che cominciammo subito a studiare con il corpo – almeno per quel che mi riguarda – scosso da incontrollabili scariche adrenaliniche.
La sera ero tanto emozionato che, prima della trasmissione – si registrava negli sudi di Libertà – dovetti fermarmi al Bar Bologna a bere una birra alla spina per tranquillizzarmi.
Ricordo l’emozione quando entrai e, cosa che non immaginavo neppure lontanamente, vidi che c’erano anche i camerini (in uno dei quali si stava truccando la cantante Gigliana Gilian, che aveva la trasmissione dopo la nostra), mentre Corrado, a suo agio come pochi, rideva e scherzava con i cameramen che lo adoravano e, anche loro, lo chiamavano per nome dandogli pacche sulle spalle in continuazione.
Alla fine della trasmissione Corrado ci disse che eravamo stati bravi ed io mi sentii leggero come una piuma: pensai che, dopo quella esperienza, non avrei più avuto paura di nulla, ma, come dirò in seguito, mi sbagliavo di grosso.
Un giorno mi portò in Pretura a Bobbio. Lui seguiva una causa in cui difendeva un agricoltore che da anni litigava col vicino per una servitù di passaggio e, come al solito, non mia aveva spiegato nulla, entrando a passo di bersagliere aveva detto: “Giorgio, vieni che andiamo a Bobbio”.
Ricordo che all’epoca guidava una moto di grossa cilindrata (erano esilaranti le lettere che, sotto i più disparati pseudonimi, inviava per divertimento alla varie testate nazionali sostenendo che il casco – da lui odiato e che allora stava per divenire obbligatorio, ma non lo era ancora – poteva essere pericoloso perché il cinturino ostacolava la circolazione del sangue e il casco integrale impediva una regolare respirazione) e ed aveva, come autovettura, una potente BMW.
Proprio sulla BMW partimmo per Bobbio e, cosa sorprendente, ci arrivammo incolumi, giacché non solo l’Avvocato guidò come un pilota di formula uno perché “eravamo in ritardo”, ma soprattutto perché, come scoprii quel giorno, aveva l’abitudine di estrarre la sua leggendaria agendina ogni qualvolta gli veniva in mente qualche idea da annotare: per fare ciò la apriva, la teneva aperta con una mano appoggiando il polso sul volante, mentre con l’altra mano vi scriveva su con una calligrafia minutissima che lui solo poteva decifrare (a volte neppure lui in verità, tanto che doveva chiamare la segretaria e chiederle: “Sandra, cosa ho scritto qui secondo lei?”). Il tutto, ovviamente, senza decelerare minimamente.
Giunti sull’aia dell’azienda agricola dove il Pretore era seduto con il cancelliere su un tavolino portato lì apposta (altro che udienze “da remoto”, come si fa adesso), Corrado discusse la causa con l’avvocato di parte avversa ed il nostro cliente, visto che io stavo zitto perché non capivo nulla, mi si avvicinò e, in dialetto, mi disse: “Lei non parla mai e quindi vuol dire che ha capito tutto!”.
Corrado trattenne a stento le risa e in macchina, al ritorno, mi disse: “Bene, visto che piaci al cliente e che hai capito tutto, le prossime volte verrai da solo e la causa la concludi tu!”.
A questo punto voglio dire che l’Avvocato non solo era generosissimo con noi praticanti (i clienti erano tutti suoi, ovviamente, ma lui, cosa più unica che rara, divideva sempre al cinquanta per cento i suoi onorari con il praticante che seguiva la causa), ma, una volta conquistata la sua fiducia, ti lasciava carta bianca e, da buon liberale, discuteva con te l’impostazione della causa o una questione giuridica da pari a pari, provando un genuino piacere dal confronto delle idee e godendo come un matto quando ti dimostrava che aveva ragione lui (il che, a onor del vero, avveniva quasi sempre).
Voglio ricordare, ancora – cosa che sanno in pochi -, che Corrado è stato anche un ottimo avvocato penalista.
Ricordo un celebre processo in cui difendeva, insieme ad un noto penalista piacentino, il sindaco di un paese della provincia ingiustamente accusato di peculato (visto che poi venne assolto) per aver depositato una piccola somma di denaro pubblico su un libretto di risparmio recante il suo nominativo, ma domiciliato presso il comune. Ebbene fece un’arringa tanto bella da far venire i brividi, tanto che io – innamorato, come tutti i giovani, del diritto penale – uscii dall’aula con gli occhi lucidi e triste come non mai, perché, pensavo, che non sarei mai potuto diventare così bravo.
Lui però era capace di leggerti dentro e una volta, che ero andato a sentirlo in corte d’assise in un processo di omicidio in cui era avvocato di parte civile, mi vide fra il pubblico (ero appena diventato procuratore legale) e mi disse: “Giorgio, ti interessa ‘sto processo?” E io: “Perbacco Corrado! E’ uno dei processi più interessanti che ho visto!”.
“Bene – disse lui – domani devo andare a Roma a discutere una questione di equo canone alla Corte costituzionale, mi sostituisci tu! Vieni al partito liberale alle tre che ti spiego” e, dissolvendosi alla consueta velocità, mi lasciò come al solito esterrefatto.
Alle tre mi presentai in Piazza Cittadella e lui, con la sua BMW, stava uscendo dal cortile; aprì la portiera dopo aver tentato invano di far passare il voluminoso fascicolo – questo il mezzo metro lo superava – dal finestrino, e mi disse: “Prendi, devi sostenere la compatibilità fra vizio parziale di mente e premeditazione!”.
Io, che pensavo di fare il sostituto d’udienza e non certo l’arringa al suo posto, lo guardai e con voce tremante gli chiesi: “Ma come, non torni per l’arringa?” e lui: “No, te la caverai benissimo da solo!” e sgommando partì per Roma.
Fu così che, dopo aver avvisato mia madre che non sarei tornato a dormire e dopo aver passato la notte in studio a leggere le carte processuali fra caffè e sigarette, feci il mio debutto in corte d’assise passandovi direttamente dalla pretura, visto che, prima di allora, non avevo ancora avuto l’occasione di debuttare in tribunale.
Da allora, nella professione, non ho mai avuto paura di nulla e tutto questo per merito dell’Avvocato (lo scrivo con la A maiuscola) Corrado Sforza Fogliani, che ho avuto l’onore di avere come Maestro, e che mi ha insegnato non solo ad essere un avvocato, ma soprattutto un uomo.
Ancora oggi, di fronte a un problema, penso a come lo avrebbe affrontato lui; ancora oggi, di fronte a un prepotente, reagisco come avrebbe reagito lui (“Impara a farti rispettare. Non farti mettere i piedi in testa da nessuno”); ancora oggi, quando affronto un argomento sconosciuto, lo studio e ristudio cento volte prima di dire la mia (“Studia. Metti in cascina. Non aver fretta di guadagnare”).
Grazie Corrado.




Della fama dell’Avvocato Sforza Sfogliani avevo spesso letto sui giornali, ma dopo il ricordo cosi vivo , rispettoso e nel contempo affettuoso e ironico dell’avvocato Giorgio Parmeggiani, mi sembra di averlo sempre conosciuto .
Bellissimo ricordo, l’Avvocato sarà fiero del suo giovane di studio. A