La primavera è nella sua pienezza di luce e colori. Fiori ovunque da quelli coltivati nei giardini o nei vasi sui balconi a quelli spontanei più umili, ma più belli perché più veri, semplicemente regalati da chissà Chi attraverso questa tenera stagione. Improvvisamente, dopo tanti anni di dimenticanza, mi sono ricordata di altri fiori, fiorellini disegnati da colorare, che si chiamavano “fioretti”. Quando eravamo piccoli e andavamo “a dottrina” a maggio ci veniva consegnato un libretto pieno di fiori disegnati che dovevamo colorare ad ogni opera buona compiuta o piccolo sacrificio che facevamo. C’era la gara a chi lo completava prima come facevamo con la raccolta di figurine però i fioretti non si potevano comprare ma solo fare di persona. Così ci abituavamo a piccole rinunce o a slanci generosi aiutando qualcuno a portare una borsa, riordinando i giochi per bene, obbedendo subito senza farci pregare, rinunciando a un gelato per offrirlo a un altro bambino, perdonando uno sgarbo, andando a trovare un parente noioso e altre cose simili. All’inizio era dura, ma ci impegnavamo davvero sia perché anche tutti gli altri bambini erano coinvolti sia perché le paginette del libriccino man mano si coloravano diventando allegre e bellissime sia perché persino qualche adulto faceva almeno un “fioretto”. C’erano accaniti fumatori che per un mese non fumavano più, bevitori di vino che per tutto maggio non lo bevevano e c’era chi rinunciava ai dolci o al cinema. Una forza di volontà diffusa, un autocontrollo stupefacente sembrava attraversare molti durante “il mese della Madonna”.

La sera si andava a recitare il rosario in chiesa, io andavo in Duomo, e all’uscita giocavamo nella piazza profumata di rose: i bambini in calzoni corti, le bambine col golfino perché c’erano ancora le mezze stagioni. Tutto questo non è nostalgia dell’infanzia, anche i bambini hanno i loro dolori e le loro paure, è invece un ricordo che fa riflettere. Non mi risulta che i bambini di oggi facciano “i fioretti del maggio”, almeno non quelli che io conosco anche se vanno a catechismo. Guardando a distanza di anni quell’esperienza ne scopro sempre più il valore morale, etico, civile. Al di là del significato religioso di pratica evangelica, e anche al di fuori di un qualsiasi discorso di Fede, “i fioretti del maggio” erano una pratica educativa, un esercizio di autocontrollo di rafforzamento della volontà sui nostri desideri, sulle voglie, sulle comodità. Quei fioretti aiutavano a capire che potevamo essere utili agli altri seppure con piccoli gesti.

Ricordo la buffa vignetta su un giornalino a fumetti nella quale un bambino quasi a forza faceva attraversare la strada a una vecchietta che invece non doveva attraversare. Ci sentivamo un insieme teso a migliorarsi, ad aiutarsi, a volersi bene. Esercitando potere su noi stessi diventavamo e ci sentivamo più forti e più sicuri. Adesso, solo adesso purtroppo, ho capito che era questo a far bellissimo e tenero il ricordo di quei mesi di maggio non la giovinezza. Penso ai ragazzi e ai bambini di oggi, alla loro incomprensibile insoddisfazione, alla loro incontrollata aggressività verbale o fisica che sia. So perfettamente che il problema è complesso, che questa società è diversa da allora, ma primavera è ritornata come sempre e ci sono fiori ovunque, ma questa società superficiale, egoista, violenta avrebbe bisogno più che mai di autocontrollo e autoeducazione e “quei fioretti del maggio” forse mancano non solo a me.
Bruna Milani



