Si può parlare d’amore fuori dall’ovvio, fuori dai cuoricini, dalle canzoni melense, dai film strappalacrime, dai cioccolatini, dalle rose rosse, dalle cenette a lume di candela? Certo, si può o ci si può provare. Tutti ai primi amori abbiamo cercato almeno parole speciali per dire di un sentimento che sentivamo appartenere a una dimensione altra che il linguaggio comune non poteva esprimere.
Da adolescenti tutti o quasi abbiamo tentato si scrivere in poesia, ma non è facile:
essere poeti è un destino, non un atto di volontà.
Non sono certo i buoni sentimenti, la scrittura verticale o la rima a fare una poesia. È qualcosa di imperscrutabile eppure invito a provarci per estendere il pensiero, dare più esattezza al linguaggio e mettere a fuoco il cuore pur sapendo del rischio di fallire come nel caso ancora ricordato con scherno da alcuni vecchi piacentini. Ridendo rievocano le parole con cui un tale volle scrivere una bella dichiarazione romantica:
“Per te il mio cuore sbarbatte
come una scalarola al vento”.
Il poverino parlava solo in dialetto, ma ha voleva nobiliare in italiano il suo messaggio riuscendo però solo a storpiare le parole.
Così il cuore fremente “sbarbatte” e la persiana diventa “scalarola”.
Meglio lasciar fare ai veri poeti che trovano parole originali e da un’altra angolazione. Significativo è il confronto, sul tema di una donna che tace, tra un proverbio popolare Trentino e i versi di un poeta.
Per il proverbio la donna ideale deve piacere, occuparsi della casa e stare zitta:
“Che la piasa, la tasa e la giri per casa”.
Il poeta, al contrario, si preoccupa per il silenzio della sua donna.
PABLO NERUDA
“Mi piaci quando taci e sembra
che un bacio ti abbia chiuso le labbra…”
o ancora:
“Cosa trovi nel tuo pozzo di silenzio?
Nella profondità della tua esistenza?”
Altro sublime esempio dell’originalità dei poeti ci viene da
CESARE PAVESE col suo celeberrimo verso:
“Verrà la morte
e avrà i tuoi occhi…”
Questo verso è un totale, perché basta da solo a sintetizzare la storia di un suo amore e forse di tutta la sua stessa vita.
Oggi per non festeggiare invano dovremmo fare nostri i versi di 
ELIZABETH BARRETT BROWNING:
“Se vuoi amarmi
per null’altro sia
se non che per amore…”
E prosegue dicendo di non amare per la bellezza che poi svanisce o per i pensieri che possono cambiare, ma amare solo per amore, per quella spinta verso un’ideale fusione solidale tesa a far scaturire il meglio da ciascuno.
Il primo premio per il più bel verso d’amore, la palma d’oro, la corona di mirto (pianta dei poeti), la do senza alcun dubbio a un poeta quasi sconosciuto:
ENZO FUSCO poeta napoletano, paroliere, attore. È suo il testo di “Dicitencello vuje” famosa canzone del 1930 che contiene il più bel verso d’amore che conosca. In sole tre parole questo poeta riesce a definire sia la situazione che vive sia l’amata.
“…suspiro mio carnale…”
Non “respiro” che è qualcosa di fisiologico e automatico, ma “suspiro “cioè fiato di un’emozione.
Verso delicato e potente per un corpo con l’anima di un sentimento e per un sentimento tangibile fatto di carne.
Poesia assoluta, erotica e spirituale, sensuale ma raffinatissima eppure d’intensa e, quasi tangibile, passione. Verso elegante non volgare che accenna soltanto, ma esprime la totalità di un amore e un’attrazione fisica che stanno per traboccare.
Da vertigine!
Non per guastare la festa ma anzi, perché non finisca e i bei sogni non s’infrangano, su un/una partner sbagliato/a occorre verificare i sentimenti sul verso conclusivo che è mio:
“Il dolore è frontiera individuale
chi non ti segue fin lì
non ti ha mai amato”
Bruna Milani




I tuoi versi sono sicuramente quelli che toccano più da vicino il mio cuore! Grazie Bruna!
Anche per me la tua poesia è la più vicina al mio cuore.Grazie Bruna perché è un giorno talmente banale con tutte queste mode di cuori che tu lo rendii speciale e vero.
Penso sempre alla frase di San Francesco: l’ Amore non è amato .( riferito a Gesù).
Lo si conosce l’ amore incondizionato