Tra i risultati della ricerca in medicina anche quelli che riguardano la cura dell’ epatite C, una malattia ancora diffusa e per la quale i farmaci, fino a qualche anno fa, presentavano diversi effetti collaterali pesanti.
Un tema interessante al centro di una conviviale speciale del Rotary Piacenza organizzata dalla Presidente Eleonora Savi.
Il dott. Gianmaria Prati, insieme ai colleghi Massimo Piepoli, Angela Rossi e Daniele Vallisa , che parleranno di altri ambiti, illustrerà il radicale cambiamento avvenuto in questo settore.

Abbiamo chiesto al dott. Prati, specialista e dirigente in Gastroenterologia presso l’Ospedale di Piacenza, di anticiparci una sintesi dell’argomento, partendo dalle caratteristiche della malattia
“L’infezione da virus della epatite C (HCV) è la più comune causa di malattia cronica epatica; l’evoluzione della malattia è generalmente lenta, dell’ordine di decenni (10-20 anni). Gli esiti a lungo termine sono molto variabili, e vanno da alterazioni isto-logiche minime fino alla cirrosi epatica e all’epatocarcinoma.
Il carcinoma epatocellulare (HCC) rappresenta il 90% dei tumori maligni primitivi epatici, e la cirrosi è tra i più importanti fattori di rischio. In un’elevata percentuale di casi la malattia è asintomatica fino alle fasi più avanzate; circa il 70% delle persone infette non sa di esserlo”.
Quali sono le novità e i risultati in termini di farmaci e cure?
Negli ultimi 3 anni si è assistito a un radicale cambiamento delle prospettive terapeutiche per i malati di epatite C. Fino a pochi anni fa lo standard di cura era costituito dalla associazione di interferone peghilato e ribavirina, che, pur consentendo la guarigione in una discreta percentuale di casi, provocava effetti collaterali in una quota non trascurabile di pazienti, di grado tale da comportare la sospensione prematura del trattamento nel 10-20% dei soggetti trattati.
In base ai risultati degli studi clinici attualmente disponibili i regimi terapeutici a base dei nuovi farmaci antivirali diretti sembrano consentire la guarigione (definita come risposta virale sostenuta, o SVR) in un’alta percentuale di casi (dal 70% ad oltre il 90%), variabile a seconda del genotipo, del grado di fibrosi e della progressione della epatopatia. Inoltre, tali regimi sembrano essere al tempo stesso molto ben tollerati e sicuri rispetto alle terapie precedenti.



