L’artista piacentino Davide Volpi è tra i cinque protagonisti della mostra collettiva “Broken Flowers”, inaugurata nella sede della Galleria Giovanni Bonelli, insieme con Manuel Esposito, Cristiano Pizzi, Flaminia Veronesi e Andreas Zampella. A cura di Gherardo Quadrio Curzio, la rassegna è aperta a Milano fino al 19 ottobre nelle sale della Galleria in via L.P. Lambertenghi 6.

“Broken Flowers” delinea un orizzonte comune nel raccontare il quotidiano e la realtà di ogni giorno con delicatezza e nostalgia, partendo dall’incipit di Jorge Luis Borges ne “L’Aleph” (1949): “Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che niente è reale”.

Opera “No One Receiving”, 2024; acquarello, gesso acrilico, grafite e matite colorate su carta applicata su cartone; 30 x 24 cm.
L’impatto con il reale è forte ma anche sospeso, perché è appuntito da un’ironia disillusa e carismatica, disinvolta nel muoversi e giocare con gli elementi del semplice, toccando anche il fantastico. Perché è così che la realtà può essere resa accettabile: bisogna tradirla. È necessario renderla iperbolica, quasi impossibile affinché essa possa essere percepita da noi come credibile e vera, trasformarla in altro per vederla per davvero per quella che è. Bellezza e amarezza convivono nell’ordinario come ironia e fantasia servono per poterlo modellare e ammorbidire. Fuori dalla realtà, la realtà è reale.

A passo lento ma anche vispo si ramificano i linguaggi diversi e complementari dei cinque artisti in mostra. Nel ritmo vivace si inseriscono le opere di Flaminia Veronesi e di Manuel Esposito, che si muovono in un colorato e decadente fantastico, da una parte ludico e spensierato, e dall’altra inquieto e grottesco.
Andreas Zampella propone una rielaborazione degli oggetti del quotidiano, macchiati e lacerati ma sempre leggiadri, vibranti e antropomorfi. La leggerezza delle sovrapposizioni soffici che delineano i soggetti di Cristiano Pizzi si contrappone alla minuzia del segno di Davide Volpi e al protagonismo scenico delle sue cornici spesse e pesanti. Ma ritornano in assonanza nel riuscire a descrivere all’unisono un senso ovattato e sbiadito delle immagini di cui entrambi raccontano, di quella amara esperienza del reale che lega inesorabilmente tutte le opere esposte.



