Era uno degli ultimi giorni di primavera quando, uscita sul terrazzo, udii un ampio tocco di campana. Non poteva indicare l’una nè la mezz’ora. Da tanto ormai le campane non scandiscono il tempo, perché la gente s’infastidisce a sentirle. Stranamente era un tocco di campana “antica” oggi che sono tutte elettroniche. Un inspiegabile unico suono che invadeva tutto il cielo e l’aria risuonava.
Parve durare a lungo come ostinato a farsi non solo udire ma anche ascoltare, capire. Era forse un suono che una folata di vento aveva isolato e rubato a uno scampanellio lontano? O era una preghiera vagabonda, goccia di spiritualità sospesa su questo mondo così materico e materialista? Non so, ma non posso dimenticarlo tanto era bello, limpido e immenso come la nota più alta di un’armonia meravigliosa che l’umanità non sa ancora intonare.
Affollatissimo il supermercato di gente frettolosa e immusonita che non alza mai lo sguardo mentre compra e riempie i carrelli.
A me invece piace stare fra la gente e per una volta finalmente i miei occhi incontrano altri occhi che sorridono e sento
<< Buongiorno signora! >> . Mentre rispondo <<Buongiorno ! >> lui già dice <<Scusi se mi sono permesso, volevo solo augurarle cose belle >>.
<< Non deve scusarsi anzi, mi fa piacere e la ringrazio >>.
Riprendiamo i nostri acquisti e mi sorride ogni volta che ci incrociamo. È piccolo, rotondetto, calza dei sandali modesti. Ha lo sguardo disarmante di un bambino. Ogni volta che i suoi occhi sorridono è come se una luce rimbalzasse da uno scaffale all’altro. Dico a mio figlio che è meglio comprare mozzarelline da mettere in insalata. Quel signore sente e si complimenta per la mia scelta. Ha l’accento napoletano.
Alla cassa l’addetta gli chiede se ha preso la pensione, lui conferma.
Probabilmente vive da solo e ogni mese viene li col suo “a solo'” di calore umano, di gioia di vivere, di simpatia. Fra tanti indifferenti unico essere empatico desideroso di offrire il suo tenero “a solo” che, a saperlo accogliere, riconcilia col genere umano.
Rientrando a casa vediamo in terra vicino al cancelletto un piccione fermo che non vola via nè si muove al nostro passaggio. Il giorno prima una signora aveva per un
momento aperto la fontanella per far bere un uccello.. Era forse lui? Ora questo piccione immobile sta morendo o è stremato dalla calura e cerca il fresco all’ombra del cespuglio di Iperico fiorito? Comunque sia stringono il cuore la sofferenza e la solitudine di quella piccola forma scura come una nota che dopo un bellissimo
“a solo” se ne sta ferma e zitta sul pentagramma. L’indomani il piccione non c’era più e non c’erano più nemmeno gli allegri fiori gialli sul cespuglio di Iperico.
Un altro “a solo” mi ha spaccato il cuore l’inverno scorso quando ho visto per caso ciò che mia nuora aveva “postato” sul suo WhatsApp. Erano foto della sua città natale sotto la neve, in Siberia. Una neve così fitta mentre cadeva e così spessa a terra, sulle case, sui ponti, come non ne avevo mai vista. Splendide sculture di ghiaccio
l’abbellivano creando un’atmosfera da fiaba.
La Siberia è ricca di boschi, fiumi, parchi, a primavera è tutta in fiore eppure la si identifica con la neve.
Sotto le foto c’era scritto “Nostalgia”. Lo diceva a se stessa, perché il suo numero lo abbiamo solo noi pochissimi familiari.
I siberiani ricevono un’educazione severa, non esprimono facilmente i loro sentimenti e non amano farsi consolare, fanno del loro dolore un grumo che tengono dentro in un punto per noi irraggiungibile. E del resto come avremmo potuto condividere con lei paesaggi, emozioni, ricordi che non conoscevamo? Ma saperla di fatto sola, anche se amata, davanti a quella nostalgia acuta come un vero “a solo” al culmine della sua potenza.
Non ne abbiamo mai parlato, ma sapere che soffriva tanto senza mostrare nulla all’esterno, mi pareva ancora più sola e non poter aiutare chi ami taglia il cuore. Mi accade ogni inverno quando ci penso, ma lei non lo sa.
Mentre scrivevo un rametto di Tradescantia nata chissà come fra piante grasse è fiorita.
Le amiche mi dicono di estirparla perché è un’erba infestante volgarmente chiamata “miseria” ma io ho gioito per la sorpresa tanto che ho provato uno slancio d’affetto verso quell’erba negletta. Caparbia si era intrufolata dove aveva potuto, aveva resistito per mesi finché con tutta l’energia possibile aveva prodotto il suo “a solo” di bellezza: un piccolo fiore stupendo che pare intessuto del più bel cielo turchino di luglio.
Bruna Milani




Bruna,sei sempre una cpagna d,’anima che sai dare le parole a emozion profonde che non tutti notano.un grande abbraccio amicale e caldo ❣️🤝🫂
Questo testo di Bruna Milani è una vera e propria lezione di ascolto e sguardo sul mondo.Con squisita sensibilità e un ingegno narrativo mai banale ,l ‘autrice riesce a cogliere e ricucire quei piccoli ” a solo ” dell ‘esistenza che ai piu sfuggono nel caos quotidiano.Dalla limpidezza di un ritocco d’altri tempo alla profonda dignità di un dolore silenzioso ,fino alla tenacia di un fiore di campo ,la sua penna sa trasformare la semplicità dei dettagli in una riflessione toccante sull’empatia e umanità.Un articolo di rara eleganza e profonda delicatezza ,che arricchisce chiunque lo legga Complimenti a Bruna Milani per questa bellissima pagina di giornalismo e poesia.