“La fuga dei giovani all’estero rappresenta davvero un timore? Non sarei così catastrofista come l’autore di un articolo pubblicato nei giorni scorsi da un diffuso quotidiano nazionale. L’opinionista riporta gli esiti di una indagine condotta per conto di un organismo europeo su 46.000 europei di cui 5.000 italiani. Numeri molto modesti di intervistati, certamente non significativi per la teoria che il giornalista punta a dimostrare e cioè che gli italiani vedrebbero come una minaccia più il trasferimento dei giovani all’estero che l’arrivo indiscriminato di immigrati. Teoria alquanto bizzarra, se confrontata con la realtà quotidiana e con le esperienze che la gente ti racconta”.
Lo afferma Giancarlo Tagliaferri, presidente del Gruppo di Fratelli d’Italia in Regione.
“In primo luogo, l’esodo di giovani all’estero per lavorare non è un fenomeno di oggi. Cervelli e braccia italiani hanno da sempre solcato mari e montagne per trovare fortuna e occupazione altrove, sottoponendosi di buon grado alle severissime regole nei confronti dei lavoratori esteri vigenti nei Paesi scelti come meta. Tuttora chi va all’estero, negli Usa, piuttosto che in Australia o in altri Stati, deve fare i conti con norme impensabili in Italia. Poi c’è chi va all’estero per fare lavori a cui in Italia non si avvicinerebbe mai. Vedi i giovani che per un’esperienza diversa, per imparare la lingua, per passare l’inverno in luoghi esotici o per rimandare le inevitabili responsabilità dell’età adulta scelgono attività saltuarie all’estero che permettono loro di sbarcare il lunario. Esodo di cervelli? Certamente i ‘casi’ ci sono e ne conosco anch’io, ma le ragioni della loro cosiddetta fuga sono molto diverse da un bisogno cogente e vengono da lontano. Dal fatto, per esempio, che in molti contesti professionali, universitari, sanitari, pubblici, le scelte su chi farà carriera o no sono troppo spesso guidate da logiche estranee al merito. Non solo. Proprio il fenomeno immigratorio e, aggiungo, anche i flussi stagionali di lavoratori esteri non favoriscono il lavoro dei nostri connazionali. Non è un mistero che questi lavoratori si accontentano, per così dire, di emolumenti più bassi e di condizioni di lavoro non accettabili per chi è cresciuto in una realtà dove, giustamente, sono riconosciuti diritti e compensi adeguati. La presenza di manodopera straniera, pur indispensabile, può diventare distorsiva del mercato del lavoro. Un cane che si morde la coda. C’è, tuttavia, nel nostro paese anche un altro fattore che deprime la ‘cultura del lavoro’. E’, a mio avviso, l’eredità di un recente passato che ha intriso la società di falsi valori (la licenza scambiata per libertà, la delegittimazione dei ‘doveri’, il ‘bamboccismo’ esasperato, ecc.) che certamente hanno matrici nella cultura liquida e alienante progressista. Per tirare le fila, dunque, credo che la tesi sostenuta dall’opinionista sia priva di basi concrete. I due fenomeni, l’emigrazione di lavoratori e l’immigrazione, soprattutto irregolare, di stranieri nullafacenti, hanno matrici e conseguenze diversissime. Per affrontare il primo fenomeno, servono una cultura e logiche diverse sia nell’educazione, che nei percorsi di studi e nell’approccio al lavoro. Per la seconda, ovvero l’immigrazione incontrollata, servono regole severissime di ingresso, esattamente come negli altri paesi”.



