Confidiamo nei nostri concittadini e dunque speriamo che a Piacenza non accada, ma qualora in questi giorni doveste imbattervi in una figura inquietante (lunghissimi capelli neri che le coprono il viso e una sudicia veste bianca) NON SPAVENTATEVI.
Si tratta dell’ennesima “sfida” diventata virale: la “Samara Challenge”.

IN COSA CONSISTE LA #SAMARACHALLENGE?
Avete presente la bambina protagonista del film horror “The Ring”? Quella della cassetta maledetta, letale per chi la guarda.
È lei, Samara Morgan, ad essere impersonata dai partecipanti alla challenge, che una volta calati nella parte grazie a parrucca e tunica bianca, se ne vanno in giro a terrorizzare la gente. Naturalmente il tutto viene ripreso con lo smartphone per poi caricare il video della brillante performance sui social.


Nonostante la Samara Challenge si proponga come uno scherzo , una burla che dopo lo spavento dovrebbe strappare una risata, c’è ben poco da ridere: il gioco, stando gli episodi riportati dalla cronaca nazionale, sta diventando pericoloso.
C’è chi, come “accessorio”, al travestimento aggiunge addirittura un coltello (finto, si spera): questo, unito all’effetto sorpresa, e al fatto che la bambina di The Ring si presenti come un personaggio veramente sinistro, ha fatto sí che in questi giorni giungessero un sacco di segnalazioni da diverse città italiane – per ora principalmente del meridione.

Sono gravi gli episodi riportati, legati al folle gioco: l’ultimo, a Roma, dove un gruppo di giovani ha dato un calcio in faccia a una non meglio identificata “Samara”, dopo averle intimato di andarsene.
In Campania una ragazza travestita da bambina di The Ring si è presa un pugno in faccia da uno che non aveva assolutamente capito fosse uno scherzo. L’uomo si è poi scusato.
A Torre del Greco, invece, una “Samara” è stata fotografata con un coltello (non si sa se vero o finto).

Insomma, sembra che la situazione stia decisamente sfuggendo di mano.
Evitiamo di riprodurre a Piacenza questo gioco demenziale e pericoloso.
Noi di Piacenza Diario abbiamo voluto parlarvene ugualmente per evitare (o attutire) spaventi, e anche per far passare la voglia – qualora a qualcuno venisse – di “importare” questa bravata.



