Si svolgerà mercoledì 26 novembre alle ore 21,00 presso l’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, l’incontro con dibattito aperto al pubblico e alla stampa organizzato dall’arch. Manrico Bissi e dal dr. Umberto Abenaim, con la partecipazione dello studioso dr. David Piazza (direttore di Morashà.it).
Un evento nato come prezioso spunto di dialogo e di riflessione critica sulla guerra di Gaza, nonché sulla più ampia questione israelo-palestinese. Il tema-come sottolineato dagli organizzatori- sarà affrontato senza pregiudizi né militanze ideologiche, con il genuino intento di porre in luce le criticità, gli errori e le responsabilità storiche di entrambe le parti (non solo quella israeliana) che hanno fino ad oggi impedito di dare concretezza alla soluzione dei “Due Popoli-Due Stati”. Ed é una nota stampa, a firma Arch. Manrico Bissi – Dr. Umberto Abenaim, ad anticipare parte dei contenuti della serata:
LE REAZIONI ALLA GUERRA
Le immagini drammatiche che ogni giorno, da due anni, ci giungono dal Medioriente toccano le nostre coscienze e spezzano l’illusione di una pace perenne, che l’Europa coltivava con colpevole ingenuità fin dal 1945. La guerra esiste ancora, anche se noi l’abbiamo dimenticata e relegata alle foto in bianco e nero dei libri di Storia. La fame, le case distrutte, gli ospedali colpiti, i civili morti: non sono cartoline esclusive di Gaza, bensì il tragico corredo di ogni conflitto, memoria traumatica che i nostri padri e nonni conobbero di persona ma che noi ormai, dopo ottant’anni di pace, avevamo dimenticato. Perciò ne siamo colpiti e scioccati: dal 1945 viviamo nella piena libertà, ma non sappiamo davvero quanto sia costata. Di fronte a tale dolore esistono tre possibili reazioni comportamentali, ossia: l’indifferenza, che porta ad ignorare il dramma senza porsi problemi su come possa essere risolto; la militanza, che porta a schierarsi con una fazione contro l’altra, vedendo solo le colpe degli uni e non quelle degli altri e di fatto alimentando la gravità del conflitto in corso; e infine il dubbio, ossia il senso critico di coloro che riconoscono la tragedia in corso ma, anziché adottare il fanatismo dei tifosi, cercano di analizzare e capire i torti e le ragioni reciproche nel tentativo di giungere ad una soluzione.
IL COMPORTAMENTO DEI “MILITANTI”
Dal tragico 7 ottobre 2023 le nostre piazze, le università, i giornali, i divi dello Spettacolo, le esposizioni artistiche e le competizioni sportive di tutta l’Europa hanno sposato apertamente l’atteggiamento della militanza, ad esclusivo favore della causa palestinese. Una causa ideologica tanto importante quanto complessa: nella storia palestinese i torti e le ragioni si mescolano in una spirale di violenza, subita ma anche provocata, al punto che vittime e carnefici finiscono molto spesso per confondere i propri ruoli. L’atteggiamento dei militanti rifiuta tale complessità, e preferisce banalizzare il problema riducendolo ad uno scontro stereotipato tra palestinesi “buoni” e israeliani “cattivi”: dei primi si perdonano le colpe e si esaltano le ragioni; con i secondi si fa esattamente il contrario. Certo, il governo e la leadership di Israele non sono esenti da colpe né da responsabilità storiche; ma uno sguardo obbiettivo e realmente pacifista non può chiudere gli occhi sulle mancanze della controparte palestinese: solo un’analisi lucida e neutrale permette infatti di individuare, da ambo le parti, quei fattori di crisi (sociali, culturali, storici e politici) profondamente radicati nelle popolazioni israeliana e palestinese, risolti i quali si coltiva la speranza per una convivenza pacifica. Al contrario, l’atteggiamento dei militanti coltiva da due anni un vero e proprio “tifo da stadio”, con tanto di bandiere e violenze da ultras contro le Forze dell’Ordine e contro gli “altri”, ossia gli ebrei, bersagliati in tutta Europa come feroci spie del governo di Netanyahu.

L’EQUILIBRIO DEL DUBBIO
La fiaccola della pace e della speranza non si accende nelle piazze; al contrario si alimenta nel dubbio, ossia nel continuo porre in discussione le certezze e gli slogan gridati dagli opposti estremismi e dalle folle nelle piazze. Le stesse piazze che si riempivano anche nel 1938. Le piazze che pretendono fedeltà assoluta ad una causa e ad una bandiera. Il dubbio invece è laico. Il dubbio è libero. Il dubbio non ha bandiere né divise e proprio per questo permette di leggere, in ogni schieramento, quelle criticità che alimentano le radici del conflitto. Di fronte alla dilagante militanza pro-Pal, che respinge come eretica ogni opinione differente, noi vogliamo riequilibrare la narrazione del conflitto a Gaza evidenziando non soltanto i torti israeliani ma anche quelli dei leader palestinesi, arabi e della Comunità Internazionale dal 1948 ad oggi: torti che sono oggettivamente alla base del conflitto in corso, e che determineranno altre guerre in futuro, se non saranno affrontati e risolti. Questo è ciò che una società civile deve ai morti, a tutti i morti innocenti, di entrambe le parti.
IL DIBATTITO: CRITERI ORGANIZZATIVI
A differenza dei cosiddetti “dibattiti” organizzati dai movimenti pro-Pal (dove tutti i relatori possono soltanto concordare con l’assoluta bontà della causa palestinese), i sottoscritti organizzatori di questo progetto intendono proporre un vero incontro democratico, nel quale l’analisi della questione israelo-palestinese sia affrontata con rigore storico e con obbiettività, accogliendo il dibattito e le domande dei giornalisti e del pubblico in sala.



