HomeAttualitàCorrado Sforza Fogliani, il mio ricordo di un uomo libero

Corrado Sforza Fogliani, il mio ricordo di un uomo libero

L’ultima volta che ho incontrato il presidente Corrado Sforza Fogliani si era alla metà di agosto scorso, poco prima che si ammalasse. Come sempre quando lo andavo a trovare mi recavo nel suo studio alla Banca di Piacenza. Anche quella volta entrai e come sempre mi regalò il suo caldo sorriso e un saluto molto affettuoso. Si mostrava sempre felice di vedermi e sapeva che lo stesso valeva per me. Mentre mi stavo sedendo di fronte a lui brandì nella mano un libro, di cui non ricordo il titolo né l’autore, sulla storia del Partito Comunista Italiano. Le nostre conversazioni, infatti, quando non erano a carattere affettivo-familiare, erano a carattere politico e culturale. Brandì il libretto sul comunismo, dicevo, si fece serio e mi guardò gravemente. Io sorridevo, invece. Sapeva benissimo, il Presidente, che sono appassionato e studioso di quei temi e a mia volta io sapevo che mi avrebbe chiesto lumi su una materia che lo interessava molto ma che, come mi aveva confidato più di una volta, egli non aveva mai approfondito. Mi fece una domanda acutissima: mi chiese se vi fosse continuità tra il comunismo del congresso di Livorno del 1921 e il comunismo che conosceva lui, quello stalinista del secondo dopoguerra. Gli risposi che il comunismo di Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci e Nicolino Bombacci, e più in generale il comunismo degli anni ’20, va ben distinto dal comunismo che venne dopo, quello stalinista (sostanzialmente togliattiano) degli anni ‘30. Gli parlai a lungo di questo tema. Il presidente mi ascoltò con molto interesse, annuendo più volte con la testa. Mi disse che riteneva i comunisti i più organici alleati del Pensiero Unico, che lui faceva – mi riferì testualmente queste parole in modo grave, quasi severo – “derivare direttamente dal mondo dell’ Alta Finanza”. L’Alta Finanza e il Pensiero Unico erano per il presidente Sforza Fogliani ciò che di peggio poteva esserci, erano il Nemico, anche più di quanto non lo fosse il comunismo. Su questo punto, peraltro, come su altri punti, i nostri pensieri coincidevano perfettamente.

Io non posso raccontare il presidente dal punto di vista di ciò che egli, peraltro in modo eminente, illuminato e nobile, rappresentava nella società; non lo posso raccontare come geniale presidente della Banca di Piacenza (che volle sempre come banca del territorio), come storico presidente di Confedilizia, come vicepresidente dell’Abi, come avvocato di successo. Non lo posso fare perché da questo punto di vista non lo conoscevo abbastanza e saranno altri a fare ciò in modo molto migliore di quanto non lo potrei fare io. Il mio rapporto con il presidente aveva un carattere più intimo, lo frequentavo come uomo di pensiero e di cuore e credo che lui facesse lo stesso con me. La nostra amicizia e il profondo e intimo confronto dei nostri pensieri erano persino indipendenti dalla grande amicizia di lunga data che il presidente aveva con mio padre.

Come uomo di cuore non lo voglio raccontare perché dovrei parlare di questioni troppo personali. Da questo punto di vista mi basta dire che nella mia vita ho conosciuto pochissime persone così generose e accoglienti quanto lo era lui.  Come uomo di pensiero invece voglio spendere qualche parola. La bussola di Corrado Sforza Fogliani, come sanno tutti quelli che lo conoscono, era la figura di Luigi Einaudi e il suo pensiero. Il presidente pensava che il liberismo einaudiano, così morale e così diverso dal liberismo post-einaudiano, contenesse già in sé la giustizia sociale, non diversamente da come già aveva indicato il Manzoni. Gli facevo spesso notare, a questo proposito, che dal mio punto di vista questo pensiero era assolutamente condivisibile a patto però che tutte le persone avessero la moralità di Einaudi, ma che realisticamente non era così; facevo mia, cioè, la critica che il Croce faceva a Einaudi, quando rimproverava a quest’ultimo che il vero liberalismo non doveva trasformarsi subito in liberismo, cioè in libertà economica. Il liberalismo, sosteneva Benedetto Croce, è amore per la Libertà, e bisogna essere molto, molto prudenti ad applicare questa libertà all’economia senza prima pensare a delle robuste protezioni; in tal modo, spiegava il filosofo napoletano, il liberalismo rischiava di essere cavalcato dal capitalismo, il quale uccide la libertà perché schiaccia la leale concorrenza: distrugge così il lavoro, la piccola e media iniziativa privata, le comunità territoriali, le sovranità nazionali. Quando io e il presidente parlavamo del dibattito fra Croce e Einaudi, egli non si schierava mai unilateralmente a favore dell’uno o dell’altro. Mi sbaglierò ma nel tempo mi sono fatto la convinzione che il presidente, se esteriormente era senz’altro einaudiano, intimamente fosse crociano. Mi ripeteva spesso: “Croce e Gentile sono stati i migliori ministri della Pubblica Istruzione che l’Italia abbia mai avuto”.

Dove invece eravamo in disaccordo era sul Risorgimento: il presidente riteneva che solo Cavour e i liberali fossero gli artefici dell’unità d’Italia, mentre Mazzini e Garibaldi e più in generale la sinistra risorgimentale avessero remato in senso contrario, ritenendoli in qualche modo influenzati da potenze straniere. Io invece, pur ammirando anche la grande figura di Cavour, ho sempre ritenuto che, più di tutti, fosse stata la sinistra risorgimentale e il socialismo idealistico – rigorosamente antimarxista – di Garibaldi e Mazzini ad aver trasportato e spinto l’ideale patriottico.

Corrado Sforza Fogliani era un principe rinascimentale, ma anche un liberale ottocentesco; era un uomo di tradizione, ma anche un libertario con tratti sovversivi. Più semplicemente: “Corrado il Nobiluomo”, come lo ha definito l’amico comune Vittorio Testa.

Ora mi congedo da te, Amico mio, e lo faccio con una domanda e una risposta che cercano una sintesi ancora più avventata: chi era Corrado Sforza Fogliani? Un Uomo Libero.

Ti vedo in Paradiso.

Ferdinando Bergamaschi

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