Tempo di Coronavirus a Piacenza. Come cambia la città e come si trasformano le dinamiche che ne ritmano la vita. Spostando per un attimo l’attenzione dalla drammaticità di quanto stiamo vivendo, dai bollettini di morte e pandemia che scandiscono da un mese le nostre giornate, si legge qualcosa di diverso, di nuovo. Le consegne a domicilio dei commercianti, ad esempio, nei primi giorni di restrizioni le ho registrate solo come informazione utile per rimediare cibo o altro senza uscire di casa, come tanti. Scavando un po’ e ascoltando meglio, ho scoperto invece un’umanità che mi piace molto e che voglio condividere. Certo la scelta di consegnare a casa, invertendo la rotta di quanto fatto fino ad ora, è soprattutto un’opportunità quasi inevitabile per sopravvivere economicamente. I commercianti piacentini, ma anche gli artigiani e tanti altri, si sono rimboccati le maniche come quelli di tutto il mondo e si sono rassegnati a passare al piano B: negozi e attività aperte (quelli che possono farlo) ma anche il via al delivery in città e provincia. Fin qui nulla di eroico-direte voi-solo un modo per continuare a lavorare e a “fare cassetto”.
Io invece ho letto qualcosa di più.
Un primo aspetto è quello del coraggio di innovare, del cambiare le proprie abitudini, del rimettersi in gioco anche se alle spalle c’è, magari, mezzo secolo di onorata attività, consolidata nella forma tradizionale nel negozio classico. Certo la tecnologia aiuta, così come ha aiutato il sistema di informazione e coordinamento avviato in modo tempestivo dal Comune, ma serve anche altro. Servono creatività, intuito, voglia di imparare nuovi codici, nuove modalità di lavoro. E serve cuore. E questo è secondo aspetto, che mi ha emozionata.
Un cuore grande di cui i piacentini, gente riservata, non amano parlare con toni ridondanti, fuori dalle righe, ma che emerge senza esitazione quando serve davvero. E allora riporto solo alcune delle frasi che ho raccolto da commercianti o piccoli imprenditori di cui non farò il nome per non far torto ad altri. La titolare di un negozio storico di Piacenza, economicamente solido al punto che avrebbe potuto chiudere per mesi, fa consegne a domicilio, in gran parte con la sua bici, senza risparmiarsi “ Abbiamo clienti anziani o fragili-mi ha detto-che non vogliamo lasciare soli. Non importa se ordinano una cosa alla volta, noi li raggiungiamo anche tutti i giorni solo per vederli, salutarli, accertarci che stanno bene” Certo. Perché la consegna non è solo portare cibo o altro, è anche calore, un sorriso, una parola che rassicura, un raggio di luce in una giornata che magari, per molti, non avrà altro che le notizie cupe, drammatiche, dalla tivù.
“Non vogliamo affidare le consegne a terzi- ci racconta un’altra commerciante- le facciamo in prima persona perché vogliamo incontrare i nostri clienti, rassicurarli, garantire loro che la qualità è quella di sempre, che siamo ancora noi. CHE NOI CI SIAMO”. E così tanti altri, senza lamentele, ma con la voglia di ripartire ogni giorno, magari con nuove idee.
Devo dire che nel tempo, a mò di sprone, non ho lesinato critiche ad alcuni commercianti piacentini, lamentando, da parte di qualcuno, scarsa cordialità nei rapporti con il pubblico e una sostanziale diffidenza verso tutto ciò che è nuovo. Oggi mi devo ricredere, e sono felice di farlo, registrando anche una certa rivincita delle piccole realtà nei confronti della grande distribuzione, almeno in termini di versatilità e rapporti personali. Accanto ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari e ai tanti volontari che si stanno sacrificando in prima linea per questa emergenza, c’è, e sta emergendo, una città che non molla, una comunità che in modo silenzioso, ma tenace, si sta rialzando, ogni giorno di più, con umiltà e tanta dignità. Colpita nell’anima, incredula, sgomenta, si. Ma arresa mai.
Mirella Molinari



