Resta vivo ed emozionante il ricordo di Don Giuseppe Borea. Associazione nazionale partigiani cristiani di Piacenza e Anpi, hanno rinnovato anche quest’anno la tradizione attraverso due momenti distinti, due celebrazioni, una presso la chiesa di Obolo di Gropparello, e l’altra, presso il cimitero di Piacenza.
Il consigliere comunale Salvatore Scafuto (Pd), in rappresentanza del sindaco Tarasconi e dell’amministrazione comunale di Piacenza, in occasione della celebrazione piacentina, ha tracciato un ritratto di don Borea, all’epoca dei fatti parroco di Obolo, frazione di Gropparello, e cappellano della Divisione partigiana Valdarda (il suo intervento integrale a margine dell’articolo).
La memoria é tornata a quel 9 febbraio 1945 quando Don Borea, giovanissimo, venne condotto nel recinto del cimitero urbano e fucilato. Un gesto che lo ha reso martire e simbolo di fede, oltreché di coraggio e forza d’animo.
Alla cerimonia piacentina hanno preso parte anche la presidente del Consiglio comunale di Piacenza Paola Gazzolo e il consigliere Stefano Perrucci.
BREVI RIFLESSIONI SU DON BOREA :orazione per la commemorazione amministrazione comunale consigliere SCAFUTO
OGGI rendiamo omaggio alla memoria di don Giuseppe Borea, Testimone di fede e carità cristiana sino agli ultimi istanti della sua vita, venne ordinato sacerdote nel 1936 e l’anno seguente, a soli 27 anni, il vescovo Menzani gli affidò la parrocchia di Obolo, frazione di Gropparello, dove si sarebbe speso con entusiasmo e dedizione non solo per portare conforto e porsi come guida spirituale per gli abitanti, ma anche per migliorarne la qualità di vita. La costanza e la determinazione con cui cercò sempre la via del dialogo – senza arretrare di fronte alle minacce di ritorsione delle gerarchie fasciste, che mal tolleravano il suo impegno sociale – gli permisero di portare avanti progetti di fondamentale importanza per la sua gente: dall’attivazione della linea elettrica al percorso educativo in oratorio per i più giovani, cui trasmise i valori e gli insegnamenti dell’Azione Cattolica.
Questo giovane sacerdote di montagna, così presente e attento ai bisogni della sua comunità, di cui condivise anche le difficoltà e gli stenti, ebbe sempre a cuore gli ultimi e i sofferenti. Fu con questa attitudine, che già nell’ottobre del 1942 aveva chiesto di essere arruolato al fronte come cappellano militare, nell’intento di essere vicino ai soldati nelle trincee e sui campi di battaglia, ovunque vi fosse l’urgenza di assistere e ridare speranza a chi andava incontro alla morte. Il permesso, dalla Diocesi, non sarebbe mai arrivato, ma quando – dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 – la guerra giunse in modo drammatico e devastante anche tra le nostre colline, don Giuseppe non esitò: sorretto dal suo coraggio e dalla sua forza gentile, nel giugno del 1944 diventò cappellano della 38° Brigata della Divisione Val d’Arda, comandata da Giuseppe Prati.
In quei lunghi, durissimi mesi, don Borea continuò ad essere – ancor più di prima – un punto di riferimento non solo per i suoi parrocchiani, ma per tutti coloro che avrebbero incrociato il suo cammino, bussando alla porta, sempre aperta, della sua canonica. Egli fu al fianco di partigiani, militari, prigionieri, condannati all’esecuzione, senza mai fare distinzioni di parte: ciò che contava era l’umanità delle persone che avevano bisogno di aiuto, di sostegno o, semplicemente, di una parola di fede, di un gesto d’amore, di quella pietà che nel conflitto era venuta a mancare.
Furono le sue mani a chiudere gli occhi alle vittime dell’eccidio del Passo dei Guselli, le sue mani strette in quelle dei genitori, figli e fratelli cui doveva portare la tragica notizia di una morte, le sue mani a ricomporre e restituire dignità ai poveri resti di tanti partigiani uccisi, celebrandone le esequie. Come Nuccia Casula, giovane studentessa originaria di Varese, uccisa sul nostro territorio durante un rastrellamento, di cui don Giuseppe raccolse la salma rimasta per qualche giorno sotto una fitta coltre di neve, per darle sepoltura nel piccolo cimitero di Obolo.
Ma quella figura esile e altruista, capace di non tirarsi mai indietro laddove poteva farsi strumento di pace, faceva paura più delle armi. Quando lo arrestarono, nel gennaio del 1945, dovette subire accuse infamanti e ingiuste, fu sottoposto a un processo iniquo in cui non vennero ammessi testimoni in sua difesa, nonostante fossero numerose le persone che avrebbero voluto spendersi per proclamarne l’innocenza. Solo dopo la Liberazione, i responsabili di quelle calunnie e della sua uccisione sarebbero stati condannati, la validità del processo inficiata, le gravissime falsità nei suoi confronti smentite completamente.
Il suo sacrificio si iscrive nel solco del contributo determinante che il mondo cattolico diede alla Resistenza, annoverando oltre 2000 Caduti – di cui ben 1177 iscritti all’Azione Cattolica e alla Gioventù italiana del Movimento – e più di 2500 feriti gravi. Furono 730 i sacerdoti imprigionati o vittima di torture per non aver accettato la connivenza con ideologie violente e di sopraffazione, di cui 315 assassinati o mai più tornati dai campi di concentramento in cui vennero deportati. La fede e una solidarietà senza confini restarono sempre la loro bussola, ad ogni passo. Così fu per don Giuseppe, quando il 9 febbraio del 1945, di fronte al muro del cimitero urbano, ebbe davanti a sé il plotone d’esecuzione. Rifiutò la sedia, non volle essere bendato. “Muoio innocente – disse – perdono di cuore coloro che mi hanno fatto del male e anche voi che state per sparare”. La sua coerenza, la limpidezza d’animo, il suo straordinario esempio restano ancora oggi un faro luminoso di altissima levatura morale e civile.
Commemorando oggi, alla presenza delle autorità politiche, civili, militari e religiose, nonché del nipote Giuseppe – che desidero ringraziare per la sua costante e infaticabile opera di tutela della memoria – l’Amministrazione comunale rende il tributo commosso e partecipe di Piacenza a uno dei suoi tanti figli caduti per la libertà, martire nel nome della pace, dell’amore e della carità cristiana. Ci uniamo Perché questa commemorazione il ricordo di questo grande uomo sia un’ ulteriore tappa di consapevolezza e gratitudine nel ripercorrere il cammino della nostra storia.



