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CANTA CHE TI PASSA !

Comincia il Festival di Sanremo e con lui certi ricordi che inducono a confronti. Quando ero bambina il Festival era davvero un evento nazionale e chi non aveva un televisore in casa andava al bar, ma tutti, proprio tutti, lo seguivano.
Era uno spettacolo elegante, sentimentale o allegro quanto basta. Mai sopra le righe, mai volgare e per qualche giorno distraeva dalle preoccupazioni.

Quando arrivarono Dallara, Modugno, Celentano, le loro novità ravvivarono gli stili senza intaccare la qualità dello spettacolo. Le canzoni, imparate a memoria, venivano cantate tutto l’anno, ovunque, come una pioggia di petali sanremesi versati sull’Italia. Cantava il lattaio, fischiettava il postino, cantavano gli ubriachi usciti dall’osteria. Cantavano gruppi di giovani sia in cori classici che tradizionali. Io stessa facevo parte sia di un coro “classico” che grazie a don Boiardi si cimentò persino in brani della Messa di Natale di Bach, e di un coro di montagna diretto da Carlo Munari.

C’era poi chi cantava le vecchie canzoni napoletane che adoro e chi si scatenava ai primi, travolgenti, spettacolari rockabilly. Alcune nonne cantavano antiche filastrocche, i genitori le romanze del primo novecento. Tra queste preferivo “Rondine al nido”, “Tango delle rose”, “Torna ” e “Malìa”. Non capisco perché radio e TV non le ritrasmettano dato che farebbero piacere a tanti anziani. Si cantava per strada in gruppo tenendosi con le braccia sulle spalle, si cantava seduti sui gradini per il solo gusto di cantare, di spargere armonia e sentirsi o insieme. Non è nostalgia della gioventù, ma rimpianto di quella qualità del vivere, di quella socialità vera non virtuale, di quel modo di percepire il mondo come collettività.

Oggi c’è tantissima musica, fin troppe canzoni le cui composizioni sono persino agevolate dall’intelligenza artificiale. Pochissime sono davvero belle cioè con una forte personalità. La mia generazione ha avuto canzoni impegnate perché si era sensibili a tutti i problemi sociali, come dovrebbe fare ogni nuova generazione che intenda migliorare il mondo. Ora invece tanti cantanti inneggiano alla violenza e incitano a non rispettare le leggi o usano un linguaggio scurrile. Anche il Festival da qualche anno ha toccato più volte il fondo dello squallore per cui da tempo non lo guardo più, ma vedo certe perle di pessimo gusto perché ritrasmesse anche dai TG. Nella patria del canto, il canto – quello spontaneo, quello ” tanto pe’ cantà “- non solo non è più amato, ma è addirittura vietato. A Firenze un tenore ucraino che cantava, e molto bene, “‘O sole mio” è stato cacciato, multato e gli hanno sequestrato il microfono nonostante l’apprezzamento dei presenti. Fra tanti rumori molesti proprio quello dovevano zittire? Per fortuna a Napoli lasciano cantare anche chi lo fa per racimolare pochi spiccioli: un anziano con ormai poca voce che il vento affievolisce ancor più, distorce e disperde, ma canta interpretando con tanto sentimento da commuovere.

Si canta per mille motivi , per dare tregua ai pensieri. Quanti momenti della vita sono scanditi dalle canzoni ! Dalle ninne nanne ai canti di guerra, dalle serenate ai canti popolari.
Si cantano pene d’amore ma anche la speranza come fanno una ragazza nordamericana, un palestinese e un israeliano insieme.

 

Quale maleficio ha colpito la nostra società che si crede la migliore possibile ma non è felice? Nessuno canta più per strada né fischietta allegramente e gli ubriachi ora si prendono a bottigliate. Da bambina a volte m’addormentavo con un poco di paura anche se mi sentivo al sicuro protetta dalla famiglia.
Paura dell’ubriaco che sentivo avvicinarsi mentre cantava ” Vola colomba” presentata a Sanremo diversi anni prima. Passando sotto la finestra la sua voce sembrava più potente, spaventosa, mentre incitava la colomba: “Vola colomba! E volaaa!” Poi i suoi passi si allontanavano diventando sempre più impercettibili.
Da molti anni non si è più sentito.

 

Torna il Festival di Sanremo, ma non torna l’allegria semplice, popolare. Per strada , sotto le finestre, di notte non ci cullano né ninne nanne né serenate e nemmeno passa più quella colomba sanremese che come quella della Pace è volata via e chissà se riusciremo mai a farle ritornare.

Bruna Milani

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5 Commenti

  1. Grande Bruna…sempre precisa nel cogliere e nello spiegare le emozioni di un tempo…tutto cambia è vero…purtroppo le colombe oggi giorno sporcano soltanto…

  2. Complimenti, con grande eleganza narrativa l’articolo ha saputo trasmettere quella forma, di nostalgia per il Sanremo che fu, da far venire la pelle d’oca. L’autrice Milano, come sempre ha saputo rievocare la poesia degli anni che furono e la qualità strepitosa che conteneva o itesti delle canzoni stesse che purtroppo non ritroviamo nei nuovi Sanremo usa e getta, dove si punta più all effetto scenico e all ospite di grido a cui si affida lo share più alto. Sarebbe bello ridare al canto e alle canzoni un significato che va oltre le parole, che unisca le persone generando allegria, come negli esempi riportati dalla poetessa

  3. Cara Bruna, sensibile, precisa e allo stesso tempo realistica come sempre. Hai saputo esprimere in questo tuo articolo i sentimenti che gran parte di noi prova al ripetersi del “rito “ di SanRemo . Nostalgia, no, rimpianto, forse un poco, purtroppo poca voglia di assistere a uno show che sa di effimero , pieno di luci e di colori al posto dei meravigliosi fiori di un tempo , di rapper al posto di cantanti veri ( a parte qualche eccezione veramente valida, per fortuna) ma che viene enfatizzato come un vanto nazionale , allo spegnersi delle luci però è solo stato consumato l’ennesimo “prodotto”.

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