E’ la seconda volta in pochi giorni che una storia di Piacenza Diario viene scelta dal quotidiano diretto da Vittorio Feltri. Le vacanze in colonia, dalle Orsoline, a Rapallo e a Bormio, negli anni ’70.

Vacanze in colonia, meglio la montagna. Almeno nei miei ricordi. Il termine colonia, ormai in disuso, indica una pratica che nel frattempo si è evoluta, raffinata, internazionalizzata. Forse, pensando al significato originale, è stata anche del tutto eliminata. Negli anni settanta, quelli che si riferiscono alla mia esperienza, quando da bambina frequentavo le “case estive” delle Suore Orsoline, la scelta della colonia, per molte famiglie, era un modo per garantire almeno ai figli un’estate di vacanze e un adeguato cambiamento di clima. Mio padre, titolare di una piccola realtà imprenditoriale, le ferie le dava ai suoi dipendenti. Per lui, e per mia madre, che teneva contabilità e casa, solo le domeniche e un paio di giorni a Ferragosto. “Questa bambina soffre il caldo, dobbiamo mandarla un po’ in vacanza”. Le Orsoline, dal loro punto di vista, erano il meglio.
Cibo, pulizia, serietà, tutto perfetto. In montagna, a Bormio, Madre Tarcisia ha assicurato per anni vacanze piacevoli, in un clima di serenità, a tante ragazze. Luogo incantevole, lunghe passeggiate, accoglienza affettuosa da parte degli abitanti del posto; la struttura delle Orsoline sovrastava il paese e ci consentiva di trascorrere giornate intense e spensierate, con lo spirito di condivisione tipico della montagna. La sera poi, ci si divertiva ad inventare sketch e scenette, o a fare giochi di società, o anche solo a stare a guardare le stelle raccontandoci sogni e desideri.
Al mare, a Rapallo, a causa di una gestione più rigida, la situazione era diversa, nonostante non mancassero aspetti positivi, comunque. Le focaccine di Lallo, il bagnino, che ci insegnava anche a fare i tuffi; le camere con letti a baldacchino circondati da tende bianche, dal sapore antico; il parco, ricco di profumi, sollievo rinfrescante nelle giornate più calde, risalendo dal mare, erano alcuni dei pregi di una vacanza sicuramente privilegiata. E poi la spiaggia, appartata, protetta da sguardi indiscreti, anche se più di una volta gruppi di ragazzi la raggiungevano in barca per guardarci dagli scogli. Scelta audace, con punizioni anche per chi, tra di noi, osava rivolgere sguardi o addirittura parole, agli intrusi indesiderati. Un luogo incantevole, ancora oggi apprezzata “Casa per ferie” per chi desidera riservatezza e tranquillità, ma per chi, come me, c’è stato in quegli anni, e da bambina, restano ricordi tra luci ed ombre. Regole rigide, spesso immotivate, scandivano giornate cariche di nostalgia e tristezza. Molte, tra le ragazze che conobbi a Rapallo, erano state spedite lì per punizione: una bocciatura a scuola o un atto di ribellione poteva costare qualche giorno di colonia come cura intensiva per rimettere a posto le cose e placare tormenti adolescenziali. L’atmosfera, complessivamente, risentiva di questa impronta rigorosa e, a quell’età, lasciava il segno.
Ancora oggi quando passo da quelle parti, il flashback è inevitabile. Basta il profumo del parco, uno sguardo al portone d’ingresso o a una delle finestre da cui, alla sera, di nascosto, sbirciavamo scorci delle feste all’Hotel Bristol, per tornare a quelle estati infinite a Rapallo. Il rumore del treno, in particolare, mi riporta a quegli istanti in cui dalla spiaggia, spalle al mare, contavamo le carrozze recitando una filastrocca. Un gioco amaro, che non portava mai quello che prometteva. “Pacco, posta visita, telefonata, partenza.”
Le telefonate, certo, arrivavano spesso. Così come le cartoline e le lettere rassicuranti di mia madre. Ma le visite, e soprattutto la desiderata partenza, il ritorno a casa, restavano lontane. E non mancava l’invidia per chi, prima di me, veniva prelevata dai genitori e lasciava quel luogo di libertà “vigilata” per godersi vacanze vere, insieme alla famiglia.
Dai 15 anni in su, poi, la indisponibilità dei miei a fare ferie, si rivelò straordinaria opportunità per un’autonomia conquistata in anticipo, rispetto a tanti miei coetanei. Ecco allora le vacanze-studio in Inghilterra o al mare/montagna al traino della famiglia di qualche amica che mi ospitava come figlia acquisita e, ormai, con una certa indipendenza.
Una cosa è certa. Il segno di quelle estati dalle Orsoline, resta indelebile. Oggi che le vacanze le trascorro con mio marito e i miei figli, apprezzando il valore di giornate insieme, non posso fare a meno di pensare come sarebbe stata bella una vacanza con la mia famiglia d’origine.
Quando poi dal mare, guardo il treno che passa e ripeto la filastrocca, la malinconia si intreccia a una nuova serenità, ma resta il sapore amaro che mi fa comunque preferire la montagna come luogo ideale dove ritrovare forza e nuova vitalità.
Mirella Molinari




