“Tentativi di pacificazione tra fascisti e antifascisti”, il libro di Ferdinando Bergamaschi pubblicato all’inizio del 2021, offre spunti di riflessione e confronto a un dibattito già molto acceso e, in questi giorni, dopo l’assalto di Forza Nuova alla sede Cgil di Roma, più che mai attuale. “Tentativi di pacificazione tra fascisti e antifascisti” (edito da Fondazione Thule Cultura) é dunque, già nel titolo, un libro agganciato all’attualità, nonostante la matrice sia squisitamente storica. Ecco perché, a distanza di qualche mese dalla presentazione ufficiale a Palazzo Galli della Banca di Piacenza, ho deciso di riproporlo, in collaborazione con il collega Giovanni Volpi de ilmiogiornale.net .
L’autore, Ferdinando Bergamaschi, giovane intellettuale piacentino, già a Palazzo Galli aveva illustrato in modo convincente le ragioni e i risultati della sua ricerca, in dialogo con Giuseppe Parlato, ordinario di Storia contemporanea all’Università Pio V e autore della postfazione del libro e Corrado Sforza Fogliani, Presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza, che si é invece occupato della prefazione alla pubblicazione.
Dal libro di Bergamaschi emerge una lettura nuova, frutto di un lavoro approfondito, di capitoli di storia italiana; fatti, eventi e personaggi che restituiscono elementi ancora strategici, anche se della politica del passato, e una visione più completa dei rapporti tra fascisti e antifascisti. Ce lo spiega l’autore in un’intervista video sintetizzata, in parte, nelle risposte che pubblichiamo a margine dell’introduzione. Senza entrare nel merito dello scontro ideologico che anima il confronto politico, su questi temi, in queste ore, l’intervista mette a fuoco il contributo significativo che il libro di Bergamaschi può offrire a un dibattito che, ciclicamente, chiama in causa il fascismo e la sua controversa eredità.

Tentativi di pacificazione tra fascisti e antifascisti. Ferdinando Bergamaschi, il tuo libro ne riporta diversi, il primo nel 1921. Demagogia? Tattica politica? Cosa emerge da un’analisi fatta oggi e con criteri di oggettività?
Non parlerei di demagogia ma di tattica; ridurre tutto alla tattica sarebbe però sbagliato. Sicuramente Mussolini voleva effettuare un’operazione trasformistica sulla sinistra ma voleva questo anche perché, e soprattutto perché, si era tenacemente posto una meta strategica. Come ha detto il professor Parlato intervenendo per presentare il mio libro – e colgo l’occasione per ringraziare di nuovo il Presidente Sforza Fogliani per avermi nello spirito, liberale del confronto, dato l’opportunità di presentare per la prima volta il libro nella prestigiosa sede di Palazzo Galli alla Banca di Piacenza – il progetto di creare una “nuova sinistra” (che poggiava sull’adesione dei combattenti e volontari della Grande Guerra) non necessariamente antagonista dei socialisti (i comunisti ancora non esistevano) era presente nella mente di Mussolini già dal ‘19 ma questo progetto dovette scontrarsi con la dura realtà delle elezioni del novembre ‘19 quando il movimento di Mussolini che era basato su un programma utopico e di estrema sinistra prese poco più del 4%. Qual era dunque la sua strategia? Realizzare quello che non era riuscito a Giolitti: fare, secondo una visione inclusiva, un governo di larghe intese con tutti dentro, o quantomeno con dentro fascisti, liberali, popolari, democratico-sociali (con i quali in effetti poi il Duce governò fino al delitto Matteotti) e socialisti. Egli voleva realizzare il primo vero “compromesso storico”. Se i fascisti intransigenti e i nazionalisti non avessero voluto partecipare a questo governo il Duce avrebbe fatto a meno di loro; le cose però andarono diversamente e questa operazione si arenò in seguito all’omicidio di Matteotti.
Non solo episodi e tentativi di pacificazione; nel tuo libro vengono ricordati e descritti anche personaggi storici che, con le loro azioni, rappresentarono una sorta di sintesi tra posizioni opposte. Tra questi anche Nicola Bombacci, figura un pò dimenticata dalla storiografia ufficiale.
Bombacci ha un ruolo molto importante nel secondo grande tentativo di pacificazione con i socialisti, quello dei “ponti” durante la Repubblica Sociale. Bombacci, insieme a Bordiga e Gramsci, fu il fondatore del Partito Comunista d’Italia nato a Livorno nel 1921 e di cui in questo anno ricorre il centenario dalla nascita, partito nato dalla scissione dei comunisti dal resto del Partito Socialista (diviso a sua volta in due correnti: quella riformista e quella massimalista). Bombacci così come Bordiga e più tardi Gramsci si rende conto che lo stalinismo è un regime di feroce oppressione del proletariato e del popolo russo e contemporaneamente deve riconoscere, già dall’inizio degli anni ’30, il grande valore delle conquiste sociali del fascismo. Bombacci decide di aderire al fascismo di Mussolini. Egli è amico di giovinezza e fu compagno di lotta del proletario di Predappio. Durante la R.S.I. Nicolino redige con Mussolini la parte economico-sociale del Manifesto di Verona dove appunto compare la legge sulla socializzazione che prevede la partecipazione agli utili di operai e tecnici alla gestione e agli utili dell’impresa. Bombacci crede talmente tanto in Mussolini da andare a morire con lui: la sua vittoria, in fondo, è per lui proprio compiere questo sacrificio. Ecco perché la figura di Bombacci è così nobile: è un sognatore ad occhi aperti che nemmeno si cura di poter passare per traditore. Ricordiamo anche che Bombacci giocò un ruolo importante nel portare in porto l’operazione diplomatica voluta da Mussolini di riconoscimento dell’Unione Sovietica da parte dell’Italia già nel 1924, prima di ogni altro stato occidentale. Venendo al secondo punto della sua domanda, la risposta è semplice: perché la storia, nel breve e nel medio termine, la fanno i vincitori. Ma il tempo è galantuomo…
Cosa resta di attuale nei capitoli di storia italiana proposti nel tuo libro? Perché tornare a parlare oggi di tentativi di pacificazione(senza agganciarsi per forza ai fatti di cronaca di queste ore)?
Perché ritengo che sia una evoluzione il fatto che la coscienza italiana possa riconciliarsi con se stessa dopo una guerra civile come quella del 1943-46. La coscienza dell’italiano affronti senza pregiudizi il fascismo e dopodichè e solo dopodichè dia di esso il giudizio che vuole, avendo a questo punto la coscienza di cosa sia davvero il fascismo. E’ fondamentale dire, a questo proposito che il vastissimo consenso che il fascismo di Mussolini aveva era in larga parte passivo (cioè emotivo) e non attivo (cioè cosciente) ma era sincero. Il consenso al fascismo fu, come attestato anche dagli studi di De Felice, un consenso molto ampio e comprese larghe fasce di popolo che prima del fascismo e dopo il fascismo avevano aderito e torneranno ad aderire al comunismo, al socialismo e al popolarismo. Ritengo quindi che avverrà un passaggio molto positivo quando vi sarà il superamento di tutte le incrostazioni e ossessioni mentali, siano esse “fasciste” o “antifasciste”. Sarebbe bello, credo, tuffarsi senza paura nell’epoca futura di un “nuovo liberalismo mentale”, dando alla parola “liberalismo” un’accezione solo culturale, come la intendeva Benedetto Croce.
A proposito di verità storica, non si può non ricordare l’episodio che coinvolse la tua famiglia, Il fatto storico accaduto presso “Casa bianca” di Mercore di Besenzone e citato anche in uno dei libri di Antonio Scurati, oltre che ovviamente nel tuo “Amando Mussolini, Vittorio e Ferdinando Bergamaschi”
L’11 ottobre del ‘19 un migliaio (dato accertato in giudizio) di scioperanti assaltarono la Casa Bianca di Besenzone (azienda della mia famiglia) per chiedere la consegna di due crumiri e ricorrendo alla violenza a questo scopo. Nanòn, Vittorio e un piccolo drappello di carabinieri difesero la Casa Bianca e quando la situazione si fece incandescente partirono dei colpi di arma da fuoco che causarono 5 morti tra le fila degli scioperanti. Dopo 6 mesi di prigione Vittorio e Nanòn vennero assolti per legittima difesa in istruttoria.
Alla luce delle tue ricerche cosa si può salvare di ciò che ci ha lasciato il fascismo? Cosa, invece, va sicuramente condannato?
A questa domanda credo non sia difficile rispondere: di cattivo il fascismo ci ha lasciato l’illiberalità, e nello specifico l’autoritarismo, il maschilismo e le pulsioni ad utilizzare la violenza. Di buono il fascismo di Mussolini ci ha lasciato il fatto di aver rappresentato un importante avanzamento verso la meta della socialità, dato che esso ha affrontato in profondità la questione sociale e ha dato su questa questione, nel suo tempo, risposte importanti e innovatrici non disgiunte, peraltro, da importanti impulsi ecologici.



