HomeAttualitàBULLISMO O DELINQUENZA GIOVANILE DIFFUSA?

BULLISMO O DELINQUENZA GIOVANILE DIFFUSA?

Non se ne può più di giornate dedicate. Ci sono quelle storiche e va bene, ma di altre come quella dei calzini spaiati potremmo fare a meno anche perché passato quel giorno, dopo la pubblicità che si fanno i testimonial, dopo gli interventi degli esperti con diluvio di teorie, non resta praticamente nulla, perché il giorno dopo c’è già un’ altra giornata a tema. Oggi però l’argomento è importante: si tratta della violenza giovanile aumentata durante la pandemia e praticata sia virtualmente che nella realtà. Per tentare di arginare il problema forse si dovrebbe cominciare dando al fenomeno una definizione più esatta. Il ragazzo violento non è  un bullo che compie bravate è un frustrato, maleducato, violento e pericoloso. Il bullo vero è il “guappo” così ben descritto nella canzone “Tu vuo’ ffa’ l’ammericano” del grande Carosone. Il bullo è  sì un po’ strafottente, con l’aria di chi osa sfidare le convenzioni, ma non è un delinquente. Chiamare “bullismo” squallidi fenomeni di gruppo praticati sui più deboli, spesso addirittura in tanti contro un singolo, quindi da vigliacchi, è  edulcorare la gravità, è  fare di questi ragazzi quasi un  fenomeno di costume. Pur se nella negatività si distinguono dai più e appaiono, ad altri “sfigati” come loro, quasi eroi da imitare.

Il tema è grosso, difficile, complesso, con implicazioni psicologiche e sociali, con storie individuali e familiari diversificate quindi non c’è  una soluzione uguale per tutti. Ci sono gli esperti che hanno molti suggerimenti da dare anche se  alcune concause  forse c’entrano con la violenza giovanile. Per prima la non attenzione dei genitori che tra le pareti domestiche  non fanno sentire ai figli che essi sono la cosa più importante per loro. Poi c’è  quasi tutto quanto arriva da fuori: cartoni animati, pubblicità, canzoni, trasmissioni televisive, pessimi  comportamenti degli adulti. Persino nei cartoni animati per i più piccoli appaiono  pubblicità violente o storielle “leggere” piene di battute cretine rivolte a qualcuno con sottofondo di grandi risate. Per non parlare poi di lotte con pugni, calci e armi futuristiche dove vince chi colpisce o ammazza di più (e si ride) oppure l’eroe vince non per il suo valore, ma per poteri magici che gli adolescenti non potranno mai avere. E che dire di una trasmissione come Paperissima dove si ride di adulti e bambini che cadono e si fanno male? A  volte sono  inciampi, tonfi,  buffi, ma altre no. Perché allora ridere? Si impara a non considerare il dolore dell’altro. Dolore al quale i giovani oggi non sono abituati nemmeno a supporlo, figuriamoci a sopportarlo se toccasse loro. È  tipico degli adolescenti volere tutto subito, senza fatica anzi con piacevolezza. Aspirazione legittima senza ignorare pero’ che c’è l’imprevisto, che non sempre può andar bene, che esistono la difficoltà,  il fallimento, i dispiaceri.

E ci si mette anche la scuola a non farli maturare: non si fanno temi in classe (abolita l’interiorita’) ma saggi brevi (fretta, male del secolo). Persino agli esami di maturità (maturità?) li si ritiene ancora talmente incapaci da dar loro “le tracce”. Manca inoltre nei film, nei libri, nella vita, sui social la valorizzazione degli “eroi” positivi. La bontà è cosa da romanzo ottocentesco, l’onestà un valore stupido che impedisce il successo. La furbizia è ammirata, la prepotenza degna di rispetto e da imitare per sentirsi qualcuno. La troppa preoccupazione per l’insofferenza dei giovani all’isolamento sembra voler legittimare i loro capricci. Di solito, virtuale o no, la loro violenza  si esprime in gruppo così la temerarieta’ è  moltiplicata e i sensi di colpa (se mai ci sono) vengono invece divisi. Bande ce ne sono  sempre state. Si pensi ai teddy boys degli anni ’60, ai Rocks e ai Mods della swinging London.

La violenza non ha mai giustificazioni, ma in quel caso erano giovani lasciati indietro dal boom economico. Ci sono però  anche bande a cui pensare con nostalgia e tenerezza come quella de “I ragazzi della via Pal” oppure, perché no?, alle nostre bande di quando bambini giocavamo a indiani e cow boys. Volavano scazzottate, ma nulla di grave. Si rispettavano regole, si inseguivano sogni. Finita la zuffa tutti di nuovo amici come e più di prima. E se fosse che tanti giovani di oggi sono violenti anche perché non hanno potuto sfogare la loro aggressività nei giochi dell’infanzia?
Bruna Milani

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