Nel 2013 l’UNPLI, l’Unione Nazionale Pro Loco Italiane , ha istituito la “Giornata internazionale del dialetto e delle lingue locali” da festeggiarsi ogni anno il 17 gennaio con lo scopo di salvaguardare e valorizzare quel patrimonio immateriale, la parlata, che è espressione tipica di ogni cultura, identità territoriale e collante di ogni comunità. È infinito il numero dei dialetti nel mondo e centinaia e centinaia le lingue locali. In Italia pare esistano oltre 1000 dialetti e oltre 500 lingue locali, ma è una stima per difetto. C’è chi si accosta alle parlate locali semplicemente viaggiando o ascoltando canti popolari e c’è chi le studia in modo scientifico cone hanno fatto l’Università di Verona, quella di Trento e l’Istituto Statistico della Provincia Autonoma di Bolzano che hanno calcolato la percentuale di quanti parlano il dialetto in famiglia e con gli amici nelle regioni oggetto dei loro studi: Trentino, Veneto, Lombardia e Piemonte. Al primo posto i tirolesi col 91% . Si sa che essi sono talmente legati alle loro radici che indossano ancora gli abiti tradizionali e mantengono lo stile tirolese nelle loro case. Seguono i friulani attorno al 74 % , poi i veneti, i piemontesi e i lombardi.
E noi? Ricordo che da bambini non si doveva usare il dialetto a scuola e nemmeno a casa dove solo gli adulti lo parlavano. Quanti usano oggi il nostro dialetto? Mio padre era orgoglioso di essere un “piasintei dal sass” , leggeva le poesie di Faustini e Carella, consultava il vocabolario di mons. Tammi. Riscontrava in certi nostri vocaboli radici e sonorità francesi, ma discuteva con altri su come si dicesse esattamente in piacentino “arcobaleno”. Non lo convinceva quell’ “arc in ciel” così quasi francese. Al contrario io non parlo piacentino perciò ai cultori del nostro dialetto chiedo scusa in anticipo per le mie eventuali inesattezze di scrittura. Ho vissuto a lungo lontano da questa città e mi destreggio meglio col dialetto veneto, con quello trentino, col genovese e persino con la lingua napoletana che era parlata anche nelle Corti europee e presso gli Zar di Russia.
È una lingua che adoro perché vastissima, fantasiosa, appassionata. Non per niente una delle mie poesie d’amore che preferisco l’ho scritta in napoletano. Studiosi hanno analizzato l’etimologia delle parole e confrontato la pronuncia degli stessi suoni per esempio la “s”. Tutto interessante, ma molto poco per me. Dei dialetti e delle lingue locali mi intrigano altri aspetti: l’aderenza alla realtà, l’espressione poetica e soprattutto la filosofia di vita che esprimono. È evidente che il dialetto è più aderente alle cose, senza fronzoli intellettualistici né pomposità. I dialetti sono l’ identità di un gruppo. L’ aspetto che più mi colpisce del dialetto piacentino è la personalità che esprime. Lingua dura, amara. Dura all’orecchio straniero, amara per il pensiero che racchiude.
Piacenza ha avuto dei grandi giornalisti che dovrebbe ricordare più spesso, tra essi Ennio Concarotti, Pierluigi Magnaschi e Alberto Cavallari il quale, in un magnífico articolo apparso sul Corriere della Sera, descriveva i piacentini partendo dal loro tipico saluto (almeno fino agli anni ’70) <Et gnammò mort?> cioè <non sei ancora morto?>Non si capisce bene se è felice stupore di trovare l’altro ancora vivo o si è dispiaciuti di questo. Non conosco nessun saluto meno gentile del nostro nemmeno se ironico. Sappiamo del carattere introverso dei piacentini (almeno fino all’arrivo dei social), conosciamo la loro discrezione che li porta a non ostentare, infatti le bellezze dei nostri palazzi e giardini sono tutte interne. Interni pure i sentimenti che i piacentini semmai esprimono con ironia.
In dialetto non esiste il verbo “amare” ma solo “voler bene” come se amare fosse una debolezza o come se i nostri concittadini non fossero capaci di intensità o se ne vergognassero. Il nostro è un dialetto pessimista senza illusioni. Il neonato fino a pochi mesi d’età si dice “pupon” poi “ragass” “ragazzo” anche se di pochi anni come se l’infanzia con la sua spensieratezza non avesse alcuna importanza, non esistesse e andasse cancellata.
” ‘l bambei” è soltanto il bambino Gesù. La parola che racchiude tutta la filosofia dei piacentini è “fatica ” che in dialetto si dice “vita” come se vivere fosse la cosa più difficile da sopportare. Con un concetto così solo l’ironia può essere il contrappeso e il teatro dialettale di solito strappa qualche risata raramente condita con un po’ di sentimento.
Finora, a meno che mi sia sfuggito qualcosa , i testi della nostra produzione teatrale in dialetto è di modesta qualità.
A parte i poeti dialettali cittadini Cogni, Faustini e Carella, i migliori poeti dialettali sono: Mirco Maffini di Soarza e Gianni Zambianchi di Calendasco. Poeti “arius” “ariosi” e questo è forse l’unico vocabolo in cui il piacentino sfiora la poesia con questa parola che sembra volare in aperta campagna.
Molto vorrei ancora scrivere sul nostro dialetto, aggiungo solo che andrebbe fatto conoscere ai giovani persino a scuola e non solo per campanilismo, non per nostalgia, ma perché offre un’ altra visione e non solo.
Lo studioso Stefan Rabanus ha constatato che parlare giornalmente dialetto e italiano è per il cervello un utilissimo esercizio bilingue che allontana il rischio dell’Alzheimer. Forse qualcuno ritiene troppo squalificante parlare in dialetto eppure c’è chi lo usa con orgoglio e lo esibisce come un distintivo.
Ho frequentato persone, soprattutto venete, famose , importanti, anche aristocratiche , che usano sempre il loro dialetto persino in occasioni ufficiali. Non hanno complessi di inferiorità ma semmai di superiorità . Mentre scrivo di dialetto ripenso al compianto grande prof. Luigi Paraboschi. Chi oggi ci potrebbe insegnare il nostro dialetto , oggi che c’è persino un’apposita legge per sostenere le parlate locali?
Mentre rifletto penso a Marc, il mio amico olandese che vive da anni nella nostra provincia e, se il lavoro gli lasciasse più tempo, vorrebbe imparare bene il piacentino per sentirsi dei nostri fino alle radici.
Bruna Milani



