Quattro domande a Fabio Armiliato che, grazie alla sua vocalità e al suo impressionante registro acuto e alla sua innata musicalià, è considerato non solo cantante e attore, ma anche uno dei tenori più famosi della lirica. L’intervista, curata da Paola Torretta, arriva in un momento particolare per il teatro e per la vita culturale in generale. Ci aspettano mesi difficili e proprio in queste ore, ad esempio, la Direzione del Teatro Municipale ha annunciato che la stagione, come in altri teatri, sarà in streaming a causa delle restrizioni anti-Covid. La voce di Armiliato, uomo di teatro e di cultura, é interessante per approfondire questi temi e per ricordare il valore del teatri lirico, sostenuto anche da iniziative come quella messa in campo da DEA, l’associazione piacentina guidata dal soprano Giovanna Beretta.
“Fabio Armiliato è a Piacenza per pochi giorni come Presidente di giuria per la terza edizione de Concorso San Colombano, sezione musica lirica organizzato, da un’idea di Giovanna Beretta, dall’Associazione DeA, donne e arte.
Quale bilancio puoi fare della terza edizione del Concorso San Colombano?
Il bilancio è veramente più che positivo sia per il numero dei partecipanti, 110 iscritti, che per il livello di preparazione veramente molto alto. Le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare sono legate invece al momento storico che stiamo vivendo. I tempi stretti, per esempio, non ci hanno permesso di avere una semifinale con più partecipanti e una finale con almeno dodici concorrenti, come è di solito. I concorrenti che sono entrati in finale, comunque, hanno tutti dimostrato un livello molto alto sia per quanto riguarda la serietà dei loro studi che per quanto riguarda l’interpretazione.
La difficoltà è stata scegliere i vincitori tra i tanti talenti importanti che hanno partecipato ai quali auguro di cuore una bellissima e meritata carriera.
Quanto i concorsi, come il Concorso Internazionale San Colombano, sono importanti per la carriera di un cantante lirico?
In questo momento storico sono ancora più importanti perché i giovani hanno bisogno di avere incentivi e hanno anche bisogno di guadagnare qualcosa. Quando si studia, si investe, si spendono soldi. La concorrenza è tanta perché le scuole musicali producono tanti talenti; i concorsi come il San Colombano fanno in modo che i talenti abbiano uno sbocco.
E poi c’è anche l’aspetto psicologico: i concorsi, soprattutto in un momento drammatico come questo che stiamo vivendo, aiutano i giovani a mettersi in discussione stimolandoli e a sentirsi vivi e coinvolti nella vita teatrale. Per questi motivi, io credo, il numero delle partecipazioni tende a crescere sempre di più. L’esempio è proprio la terza edizione del Concorso internazionale San Colombano.
Io stesso conosco questo tipo di esperienza: in passato, all’inizio carriera, ho vinto un paio di concorsi. Naturalmente è un’esperienza legata al periodo formativo e giovanile, quando si comincia a cantare nei teatri, si abbandonano ovviamente i concorsi. In conclusione posso dire che sono palestre utilissime per potersi confrontare, con colleghi e giurati, e avere anche la possibilità di mettersi in mostra.

Quali sono le tre caratteristiche che deve avere un cantante lirico?
Prima di tutto amare la professione e avere una vera passione per l’opera e per lo studio della voce. Ci si innamora dell’opera lirica perché ci si innamora di una voce.
Io stesso mi sono innamorato della voce prima di Gigli, poi di Corelli a di Del Monaco. Li ho seguiti nelle loro carriere, li ho ascoltati e studiati con attenzione e ho sempre sognato di diventare un anello di questa grande catena di interpreti che nel passato hanno reso la nostra arte così straordinaria nel mondo.
Credo che questa sia la prima scintilla; poi naturalmente ci vuole la costanza, pazienza e continua applicazione.
Non bisogna mai abbandonare perché non è facile ottenere il risultato subito. Soprattutto nel canto, è fondamentale studiare e capire il proprio corpo e i messaggi che dà la voce. È importantissimo avere cura della propria voce e rispettarla perché è un bene che ci viene dato e va protetto. Dobbiamo coltivarla come una pianta, un piccolo fiore che deve sbocciare e poi, con tanto lavoro, uscirà fuori un bellissimo albero con i suoi frutti frutti. Tutto dipende da impegno ed esercizio.
Il mio consiglio è sempre quello di essere pazienti.
Qual è il futuro del teatro italiano?
Io, consapevole di essere controcorrente, sono ottimista. In questo momento in cui l’economia sta andando a rotoli, e tutti sono molto preoccupati, non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo la cultura. Cultura che, nel campo della musica, crea bellezza. È importante essere consapevoli che abbiamo grandi risorse che, con l’impegno, possiamo trasformare in ricchezze straordinarie, basta volerlo e impegnarsi in questo senso. Abbiamo una grande potenzialità, vicino e a portata di mano, la dobbiamo vedere e valorizzare.”



