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BISOGNA RICONOSCERE VERA DIGNITÀ AL LAVORO

Di nuovo è il Primo Maggio col suo ingannevole titolo: “Festa del lavoro e/o dei lavoratori”.
Ho sempre creduto che si festeggiasse solo qualcosa di positivo: una bella notizia, un premio ottenuto, un traguardo raggiunto, comunque una gioia, ma non mi pare proprio che sia questo il caso. Non lo è per le troppe morti sul lavoro, non lo è per le opportunità che mancano, non lo è per lo sfruttamento diffuso e per i bassi stipendi. Non lo è soprattutto perché non si giudicano, e non si retribuiscono, i vari lavori in base a quanto essi ci sono indispensabili e a quanto sono faticosi e/o rischiosi.

Si parla tanto di merito. Il principio è giusto: chi lavora meglio, chi sa di più, chi ottiene i migliori risultati deve far carriera. Tutto giusto, ma come la mettiamo con quelli che fanno più fatica (ad esempio: minatori,

operai degli altiforni, gli stradini sotto il sole d’estate)
o che rischiano la vita per noi come i pompieri o che ce la salvano come certi chirurghi?

E ancora, come riconoscere l’oscuro valore delle mansioni più umili come quelle di chi si occupa delle incombenze più “schifose” e non è difficile immaginare quali? Chi, pur mantenendo il proprio attuale stipendio, farebbe cambio con loro? Nessuno. Se ne deduce dunque che certi lavori non hanno prezzo e andrebbero rivalutati socialmente ed economicamente. Allora riconosciamo di più la loro importanza. Certo questo stravolgerebbe il comune concetto di economia o almeno la sua scala retributiva, ma poi forse tutto si assesterebbe. Sia chiaro che fare lavori “umili”, i quali in realtà sono quelli indispensabili, non significa per forza avere per sempre una bassa scolarizzazione. Si potrebbero fare corsi anche per contadini e operai che lo volessero o far sì che luoghi di lavoro siano anche luoghi di cultura come aveva dimostrato l’ing. Olivetti.

Aspirazione sacrosanta e urgente, ma difficile da realizzare in questa società schizofrenica, contraddittoria, che ci sbatte continuamente in faccia quei furbi che fanno molti soldi in modo facile e sempre proporzionalmente immeritati.
Per quante capacità costoro possano avere nel loro campo sono pur sempre nel campo dell’effimero. Basti pensare a certe presenze televisive pagate per star sedute a farsi vedere e dire le solite cose da mesi se non da anni e tutte di nessuna effettiva utilità.Cantanti banalissimi se non dannosi, influencer senza alcun vero valore, calciatori strapagati e quasi sempre perennemente immaturi. Donne e uomini che guadagnano tanto solo per mostrare le parti intime su Internet e quelli che vendono persino le mutande sporche o, fra mille altre cose orripilanti, la sporcizia formatasi fra le dita dei piedi, che vendono a maniaci pervertiti.
Ho sentito più volte conduttori di trasmissioni accettare anzi, lodare questa imprenditoria in nome della libertà e perché “fa business”, fa girare i soldi.

Di fronte a questo chi ogni giorno lavora, magari con molta fatica, sacrifici e rinunce, si sente un cretino e gli passa ogni voglia di lavorare.

Se si valorizzano queste brutture degradanti come si può dar valore all’impegno duro, onesto, laborioso? Come si può riconoscere la ben più grande dignità della fatica?

Come possono i giovani desiderare di mettersi alla prova nella vita, di saggiare le proprie capacità, provare la soddisfazione di essere autosufficienti con le proprie forze se la società offre di questi esempi e persino la scuola semplifica loro lo studio invece di abituarli a superare le difficoltà?

Riconoscere il valore di un mestiere vuol dire giustizia sociale se lo si valuta non coi parametri del mercato, ma della verità, dell’obiettività, dell’effettiva necessità. Gli studi, le lauree , i master sono sicuramente importanti e i lavori intellettuali pure, ma non dovrebbero essere considerati più di quelli dove ci si spezza la schiena, si soffre il caldo o il freddo, non si ha un attimo di tregua o si è in pericolo.

Per un riequilibrio di valori, per un ritorno anche mentale all’umanità degli individui, la cultura potrebbe fare tanto invece deride l’antica poesia che parla delle “mani callose” del contadino (figura oggi non trendy) mentre io, pur avendo tanti amici artisti, poeti, intellettuali, che amo, m’inchino davanti a chi con fatica e sudore riesce a far miracoli dissodando, seminando, coltivando la terra.

Giorgio Visconti “Lavori nei campi” Acquerelli e tempera su carta

Si irride, tacciandolo di retorica, il libro CUORE di De Amicis che parla di dignità, rispetto, bontà e solidarietà.

Testo che io invece metterei obbligatorio nelle scuole. Una volta contestualizzato nella sua epoca questo libro può insegnarci ancora tanto. Sulla dignità del lavoro c’è un capitolo illuminante e commovente. Uno scolaro ricco invita un compagno di classe povero a una merenda per poi giocare insieme. Il povero si presenta con “l’abito della festa”. In realtà indossa la giacca del padre muratore sporca di calce. Quando si alza dal divano esso è sporco di bianco. Il piccolo padrone di casa sta per pulirlo, ma il padre lo ferma per non offendere l’ospite e perché quella polvere bianca è segno di una dignitosa fatica.

Certo non basta questo per colmare il divario fra ricchi e poveri, per la sicurezza sul lavoro, per una produzione davvero necessaria e non succube del mercato della finanza, ma occorre partire dal rispetto di chi fatica. Solo partendo da qui tutto il resto viene di conseguenza. E se questa è retorica allora Viva la retorica! Ed è solo questa “retorica” che io festeggio il Primo Maggio.

Bruna Milani

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3 Commenti

  1. Cara Bruna,
    condivido in gran parte quello che hai scritto.
    Ho sempre sostenuto che tutti i lavori, dal più umile al più qualificato, hanno un grande valore e importanza. Vanno retribuiti in modo da consentire una vita dignitosa a tutti ma proporzionalmente sia alla qualità del lavoro che soprattutto della responsabilità. Chi dopo anni di studio , sacrifici economici della famiglia ed impegno personale arriva ad ottenere un buon lavoro ha certamente diritto ad una retribuzione adeguata.
    Festa del lavoro, giusto, manifestazioni, concerti, cortei con sventolio di bandiere ma chi pensa a chi a tutto questo non può partecipare perché 7 giorni su 7 per 24 ore su 24 assiste un famigliare o un anziano malato. Sono chiamati “care giver” ma forse la nostra società non sa nemmeno cosa vuol dire.
    A loro e a tutti i dimenticati dovremmo dire buon primo Maggio e un GRAZIE tutto l’anno.

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